La vita tradizionale è la Sincerità
- ilsufismo
- 19 nov
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Lode ad Allâh che conduce i Suoi amici e i Suoi eletti alle sorgenti della felicità e che, con la Sua benevolenza e la Sua protezione, i doni dei Suoi favori e della Sua provvidenza, li preserva dai pericoli che li tratterrebbero lontani da Lui. Egli li allieta con la Sua compagnia e li rattrista con la Sua assenza. Tale è il favore d’Allâh, Egli lo concede a chi vuole tra i Suoi servitori.
Ecco un trattato (risâlah) generale su ciò che la Verità (ḥaqq) – che Essa sia esaltata! – ci ha fatto conoscere, senza indugio né esitazione.
Vi faccio giungere – per la mia anima! – dietro insistenza del Testimone che conosce le Essenze, gli Universali e i Singolari, il canto dello Spirito del vostro umile servitore. Il titolo che ho scelto per trasmetterlo è un insegnamento del Veridico e Degno di Fede (il Profeta), allorquando si trovava tra i suoi Compagni – su di lui e su di loro le salutazioni d’Allâh! –. Egli ripeté tre volte:
«La Vita tradizionale è la Sincerità (ad-dînun-naṣîḥah)».
«Verso chi, o Inviato d’Allâh?» gli domandarono i Compagni.
«Verso Allâh, verso il Suo Inviato, verso gli Imâm dei Credenti siano eletti o no.
Così, per il Legislatore, la naṣîḥah è l’attitudine generale che abbraccia l’insieme della vita tradizionale. La naṣîḥah, nella vita tradizionale, implica l’adesione alle basi più solide dell’intera Tradizione; essa è il pilastro finale dopo l’Islâm, l’Imân e l’Iḥsân.
Il risultato dell’Islâm e dell’Imân è la riunione dei caratteri lodevoli. I sufi concordano che il più generale di questi caratteri è il rispetto degli impegni presi riguardo ai patti e alla fraternità. Il loro insegnamento è il più perfetto, giacché è la Dottrina più profonda dell’Unità. I principi di tutte le scienze vi trovano la loro origine e il suo soggetto è l’Essenza.
Tra le qualità dei sufi – quali voi siete – figura dunque la nobiltà del carattere che ha insegnato, per amore verso la sua Gente, il Veridico e Degno di Fede – su di lui le benedizioni d’Allâh! – in questi termini: «Quelli tra voi che mi sono più cari e che mi saranno più vicini presso Allâh, il Giorno della Resurrezione, sono i migliori per il carattere, quelli che sono costanti nella sollecitudine per i loro amici, che frequentano (i loro fratelli) e sono frequentati (da loro)». Secondo un’altra tradizione, egli – su di lui le benedizioni d’Allâh e la pace! – ha detto: «Il credente è un amico intimo (alûf) che si vede sovente (malûf). Non v’è bene in chi non frequenta (i suoi fratelli) e non è frequentato (da loro)!».
L’amicizia comporta il ricomporre le anime spezzate: il Profeta – su di lui le benedizioni d’Allâh e la pace! – ha detto in un altro ḥadîth: «Allâh non è adorato in modo migliore che tramite il ricomponimento delle anime».
Ciò comporta tra l’altro le testimonianze d’amore e d’affetto che si portano agli esseri. È stato riferito che il Profeta – Allâh lo benedica e gli dia la pace! – ha detto: «Le azioni più care ad Allâh sono le testimonianze d’amore per la gente e il fare il bene a tutti, pii e licenziosi». Si tratta di una caratteristica generale, bella in ogni essere, e tra i sufi d’eminente bellezza e valore. Da lì proviene l’unione della loro fraternità. Essi dicono in una massima: «Tra i sufi, le relazioni tra due fratelli non sono perfette finché uno non dica all’altro: O me stesso!».
Tra i caratteri del sufi troviamo che la magnanimità è la risposta alla tua provocazione e se gli fai torto egli ti tratta bene, seguendo il ḥadîth: «Fai del bene a colui che ti ha fatto del male».
Tra questi caratteri, egli perdona colui che l’ha oppresso, va a trovare chi l’ha abbandonato e dà a chi non è stato generoso con lui.
Tra i caratteri del sufi v’è che egli vede solo con occhio contento.
L’amicizia obbliga alla sincerità (ṣidq) nei rapporti tra fratelli e tra fuqarâ’, esteriormente e interiormente. Secondo una massima: «Quando siete in compagnia dei sufi, siatelo con sincerità, giacché sono delle spie dei cuori. Entrano nei vostri cuori e ne escono in una maniera che non potete prevedere».
Infatti, tu sei lo specchio dei tuoi fratelli: essi scrutano nel tuo specchio ciò che v’è all’interno. Allâh – Ch’Egli sia esaltato! – ha detto: «Il loro marchio è sui loro volti»[1]. E, secondo un adagio, «Nessuno dissimula una cosa senza che essa traspaia dal suo volto e dalle parole che si lascia sfuggire». L’Altissimo ha detto a proposito di quelli che dissimulano: «Tu li hai riconosciuti dal loro marchio e li riconoscerai certo dalla singolarità del loro linguaggio»[2]; e riguardo a quelli che non dissimulano affatto: «Vi sono certo in ciò dei segni per coloro che osservano!»[3]. Secondo un ḥadîth: «Chi nasconde un pensiero segreto, Allâh lo riveste del suo abito». Ma i sufi sono preservati dal dissimulare giacché indossano il mantello della purezza (ṣafâ), ed è per questo che si chiamano sufi.
L’amicizia implica la modestia (nelle relazioni) tra i fratelli, la liberazione da tutti gli impeti del carattere, la convinzione che si ha meno valore dei fratelli. «Il sufi è come la terra: si getta su di essa ciò che è cattivo, non ne esce che il buono. Come la nube che ricopre con la sua ombra sottomessi e ribelli. Come la pioggia abbondante che irrora le terre, cattive e buone».
Una delle conseguenze dell’amicizia è fingere di non accorgersi dei passi falsi dei fratelli, occultare i loro errori, pregare per il loro perdono, e cercar loro possibili scuse, come dice questa massima dei sufi: «Cerca per tuo fratello settanta scuse, e se non le trovi, rivolgiti verso la tua anima con sospetto e dille: quel che vedi in tuo fratello, è ciò che è nascosto in te!». Essi intendono dire che se rechi in te del bene, questo appare in loro, e se del bene appare in loro, è quello che è celato in te. È scritto nelle Saggezze (ḥikam): «Ciò che è nascosto nell’intimo delle persone appare in tutta evidenza all’esterno».
L’amicizia implica che ci s’informi sulle preoccupazioni dei fuqarâ’, che ci s’impegni per accelerare il compimento delle loro faccende per quanto possibile, che ci si rechi sovente a trovarli per far loro visita e rinnovare l’alleanza con loro. Chi rompe (le relazioni d’amicizia) con i suoi fratelli per più di tre giorni pur essendo loro vicino, e non li visita, li tradisce. Un faqîr aveva l’abitudine di frequentare la dimora di uno dei suoi fratelli fra il tramonto e il far della notte. Gli fu fatto notare ed egli replicò: «È perché i cuori s’alterano alla lunga, come l’acqua immobile si deteriora a lungo andare, così temo che anche le mie disposizioni cambino se attendo troppo a lungo».
L’amicizia vuole inoltre che il faqîr si mostri animato da buoni pensieri nei confronti dei suoi fratelli e che non li spii.
La nobiltà di carattere, è tutto il taṣawwuf.
Essa presuppone la rinuncia al desiderio di comandare tra i fuqarâ’, la rinuncia alla brama dell’ostentazione e degli onori. Il faqîr non dovrà vantarsi di superare i fuqarâ’ con la sua scienza (‘ilm), la sua conoscenza (m‘arifah) o la sua ricchezza, ma penserà per prima cosa al suo ritardo nel liberarsi dalle passioni della sua anima e a precedere (i suoi fratelli) nella ricerca di tutto ciò che può soddisfarli. Se commette un errore o manca ai suoi doveri, si affretti a chiedere il perdono così: «Gloria a Te, Allâhumma, e per la Tua lode! Testimonio che non v’è altro dio all’infuori di Te! Imploro il Tuo perdono e ritorno a Te. Ho fatto del male e mi sono oppresso con le mie mani. Perdonami dunque, nessuno perdona i peccati tranne Te, o Tu che perdoni (ghafûr)!».
La naṣîḥah nella vita tradizionale e le basi più solide della Tradizione vogliono, ed è il grado (maqâm) dell’Iḥsân, che il faqîr vegli sui suoi respiri e sul suo tempo, giacché ogni respiro gli chiede d’assolvere integralmente il suo debito e ogni istante d’utilizzarlo per l’incantazione (dhikr), l’ininterrotto discernimento della Presenza divina o la contemplazione alle quali il faqîr è tenuto. Il tempo è una spada, se non lo si taglia con la Verità, taglia con la falsità! Tutti gli istanti devono essere impegnati in ciò per cui son stati creati.
I tempi sono tre: «Il passato, che è ciò che è stato consumato; il presente, ovvero quel che occupi con ciò che ti reclama; e l’avvenire: esso ti è nascosto, per cui non occupartene!». Chi è assorbito dal passato e dall’avvenire perde l’istante di cui dovrà rendere conto, il presente, che non si rimpiazza. Se pretendi di compiere in ritardo ciò che per te è ormai morto, il momento che avrai scelto per assolverlo ti redarguirà e ti dirà: «Io non sono stato creato per niente. Cerca un altro momento per lo svago. Se lo trovi, compi ciò che devi! Ma non lo troverai». Perciò si dice: «Il tempo, è quello che vivi nel presente. Non è né passato, né avvenire».
L’impiego del tempo del faqîr sarà in uno stato di dhikr, in uno stato di ringraziamento (shukr), o in uno stato di meditazione; e ciò che permetterà al faqîr di preservare i suoi istanti è il rigetto della frequentazione dei profani, giacché la loro frequentazione è un veleno mortale.
Allâh – ch’Egli sia benedetto ed esaltato – ha richiamato la nostra attenzione sui fratelli che realizzano la salvaguardia dei loro istanti dicendo nel suo Libro Possente: «Certi uomini mantengono ciò che hanno promesso ad Allâh»[4]. Ed Egli ha detto a proposito di quelli che, per loro disgrazia, sprecano il loro tempo: «O voi che credete! Perché dite ciò che non fate?»[5] e: «Chiunque violi (il giuramento), lo viola a suo detrimento»[6].
E per indurci a essere fedeli alle promesse che Gli abbiamo fatto di preservare i nostri istanti, l’Altissimo ha detto: «O voi che credete, siate fedeli alle promesse!»[7] e «Siate fedeli al Patto!»[8].
E infine ha detto, sulla salvaguardia degli istanti mediante il dhikr e la fedeltà agli impegni: «O voi che credete, temete Allâh come Egli dev’essere temuto!»[9]; vale a dire: abbiate una barriera che v’impedisca di perdere il vostro tempo per negligenza o per delle futilità.
I sufi per questo dicono: «Quando il faqîr muore, non rimpiange niente di ciò che è perduto per lui quaggiù, a eccezione di un respiro che abbia sprecato in altro dal dhikr d’Allâh».
Quando l’uomo si applica costantemente a occupare i suoi istanti con il dhikr d’Allâh, quando preserva i suoi respiri con il suo ininterrotto discernimento della Presenza divina in Allâh, per Allâh, attraverso Allâh e con Allâh, egli è annoverato tra gli esseri spirituali (rawhâniyyûn) che nessun velo separa più da ciò che è nascosto nel mondo invisibile: giacché la sua capacità mnemonica è una forza spirituale che possiede una forma luminosa e si muove nel mondo dell’invisibile i cui segreti presto o tardi le sono svelati.
La serie delle modalità del dhikr è tanto lunga che la lingua non può enumerarla. Quando l’iniziato perviene allo stadio di cui parlavamo, tutti i suoi respiri, tutti i suoi stati, tutti i suoi movimenti, tutti i suoi riposi divengono dhikr. Colui che ha ricevuto il dhikr, ha ricevuto l’Investitura iniziatica!
Ma la serie delle modalità del dhikr è lunga. V’è il dhikr con la lingua, il dhikr con il cuore, il dhikr con lo Spirito, il dhikr che si fa con tutti gli elementi che compongono l’essere. E in questo il dhikr della contemplazione, della conversazione (mukâlamah), del colloquio (muhâdatah), della conversazione confidenziale (munâghâh).
Il dhikr dell’Essenza (mâḥiyyah) è il più universale. Appartiene a colui la cui forma corporea si tinge della luminosità della spiritualità delle realtà del dhikr. Quando egli dice: «Allâh», l’intera Esistenza (wujûd) dice: «Allâh» poiché «i credenti sono come un unico corpo». Ogni movimento, ogni riposo, la retta fede e la visione del Creato attraverso l’occhio della Misericordia prendono parte al dhikr.
La parola dell’Altissimo: «Ricordatevi di me, Io mi ricorderò di voi»[10] abbraccia ciò che abbiamo detto in maniera generale. Vi sono (anche) delle modalità del dhikr proprie delle Genti della Perfezione, i Solitari (afrâd), dei quali ci siamo astenuti dal parlare qui per timore di turbare dei fuqarâ’.
Il dhikr dei negligenti è un peccato per i pii, il dhikr dei pii è un peccato per gli Approssimati, il dhikr degli Approssimati non è determinabile nel tempo: la sua realtà essenziale lambisce i Confini ed è cinta dalle Estremità.
Così la negligenza, a ciascuno dei gradi di chi pratica l’incantazione, è annoverata tra i peccati; e il peccato è un velo, sollevato dalla richiesta di perdono (istighfâr) nelle sue differenti forme.
I peccati sono diversi: gli uni sono gravi e necessitano l’immediato pentimento. Gli altri sono lievi e il pentimento è per essi d’ordine generale: si farà ad esempio compiendo l’abluzione (rituale) e le elemosine.
Chi si rende colpevole di un atto proibito si penta; e se reitera, che rinnovi il suo pentimento senza stancarsi, giacché Allâh – gloria a Lui! – lo accoglierà in tutte le circostanze. Se si obietta: «Il colpevole reitererà, e v’è dubbio sul gradimento del suo pentimento», risponderò con il ḥadîth: «La mia intercessione in favore dei grandi peccatori della mia comunità fa parte della sharî‘ah». E l’Altissimo, nella Saggia Incantazione (il Corano), ha detto al Suo Profeta – su di lui le benedizioni d’Allâh e la pace! – di trasmettere alla sua comunità queste parole divine: «Di’: O miei servitori che avete agito iniquamente verso voi stessi! Non disperate della Misericordia d’Allâh. Allâh perdona tutti i peccati. Egli è Colui che perdona, il Misericordioso»[11]. Il carattere universale del nobile ḥadîth e del versetto rifiuta ogni restrizione e assicura del gradimento da parte di Allâh del pentimento di peccatori e criminali.
L’iniziato che compie il dhikr e che il dhikr adorna col mantello di quest’idea, ha lo sguardo sereno. Se guarda le creature con l’occhio della sharî‘ah, le scusa; e se le guarda con l’occhio della ḥaqîqah, le ringrazia. Giacché le creature sono i grandi veli che ci separano dal Creatore, e l’accesso presso Allâh passa attraverso di loro. Ciò ha fatto dire ad Abû ‘Abbâs Marsî: «Se la Luce del credente che disobbedisce fosse svelata, rischiarerebbe ciò che v’è tra il Cielo e la Terra. Che dire allora di quella del credente sottomesso!».
Ciascun individuo tra le creature ha due lati: uno superiore, l’altro inferiore. Il lato superiore è l’origine, il lato inferiore è accidentale. L’Altissimo ha detto: «Noi abbiamo creato l’uomo nel migliore dei modi, poi lo riducemmo a essere il più abietto degli abietti»[12] a causa delle negligenze e dei caratteri umani che gli si oppongono; tali caratteri sono delle lordure che il pentimento purifica, e l’uomo ritorna alla sua origine. È stato detto per questo:
«Se risali all’essenza di un malvagio, troverai in lui, in lotta per emergere, i segni nascosti del Bene.
La bellezza [occulta] del malvagio compensa il suo difetto. Non vedrai più in lui né difetti né brutture.»
e il majdhûb dirà per questo[13]: «Le creature sono tutte fiori e io pascolo in mezzo a loro. Esse sono i grandi veli e l’accesso (presso Allâh) si trova in loro».
Questa visione della creazione s’impossessa delle Genti della Contemplazione e uno di loro ha detto: «Non vedo niente senza vedervi Allâh». Saydinâ ‘Alî – Allâh sia soddisfatto di lui! – ha detto: «Se mi chiedessero di vedere altro che Lui, non potrei».
Chi è pervenuto a tale visione s’è estinto (fanâ’) in Allâh ed è giunto a vedere in tutte le cose solo Allâh, vale a dire vede in ogni cosa le Sue manifestazioni e i Suoi segni. Saydinâ Muḥammad – su di lui le benedizioni d’Allâh e la pace! – citava a tal proposito questa frase: «V’è in ogni cosa un segno che mostra che Egli è l’Unico».
La conseguenza del dhikr in generale si manifesta con l’estrema e perfetta fraternità tra gli iniziati, e chi pratica l’incantazione perviene così al grado della futuwwah[14], poiché si occupa sempre degli altri. Questo è il dhikr degli stati transitori (aḥwâl). Perché il dhikr si colora delle manifestazioni che incontra nelle riunioni (ḥaḍrâh) divine; grazie alla massima fraternità che caratterizza i sufi, essi dicono:
«Il tuo vero fratello è chi è con te.
Colui che nuoce a se stesso per esserti utile.
Colui che, quando ti provano le vicissitudini del tempo,
Si disperde per riunirti».
La mia anima ha concepito a sua volta dei versi su questo tema, e ho detto:
Che v’è di più dolce al mondo di un amico che rasserena il cuore? Se sono scivolato, non temo il suo biasimo; e se ho peccato, si adopera per migliorarmi.
Le gioie non sono nei pur leciti cibo, bevande, arredi, o abiti,
Né nelle ricchezze, anche se la loro ostentazione ci sbalordisce.
Ma in un amico che ha pudore e la magnanimità che nasce dall’indulgenza,
Egli ha un viso piacevole e sorridente; ha le braccia aperte[15] senza secondi fini,
Ha un cuore adornato di generosità grazie al quale si elevano le buone qualità dei migliori.
Il nobile non accetta nessuno tranne lui; e il nobile si adopera per avere successo.
Ed è stato detto in quest’ordine d’idee: «L’uomo generoso, quando lo tratti con generosità, lo conquisti».
Ora, la fraternità tra coloro che praticano il dhikr porta necessariamente ad avere buoni pensieri verso le persone cattive e i legami di fraternità con i negligenti portano necessariamente ad avere cattivi pensieri verso la gente buona.
L’Altissimo ha detto: «O voi che credete, siate pazienti»[16] nella costante e difficile ricerca (mukâbadah[17]) dei buoni pensieri verso i servitori d’Allâh. «Armatevi di pazienza»[18] agendo continuamente nel grado della futuwwah in vista d’Allâh; e «Abbiate timore d’Allâh»[19], vale a dire abbiate una barriera che vi preservi da ciò che v’impedisce d’agire in vista d’Allâh.
Abbiate cognizione, fratelli miei, di una scienza nella quale è la vostra salvezza e la nostra: non provocate scissioni tra i gruppi degli iniziati, anche se essi stessi lo facessero! Giacché la divisione è un traviamento che comporta inevitabilmente le innovazioni eterodosse, che disperde i cuori e distrugge i risultati dell’amore. L’Altissimo ha detto: «Conviene forse all’uomo cui Allâh ha dato il Libro, la Saggezza e la funzione di profeta (nabî) che dica agli uomini: “siate miei servitori, non quelli d’Allâh”? No! ma “siate Dottori della Legge divina (rabbâniyyîn), poiché insegnate il Libro e lo studiate”»[20]. Così il versetto rifiuta e scarta l’appoggio delle creature su altri che Allâh; evoca l’Istruzione (tarbîyah) tratta dai Profeti – su di loro la pace! –, poi degli awliyâ, poi dei più perfetti; questi ultimi istruiscono insegnando ciò che ci apporta la parola d’Allâh, il cui studio comporta, per l’istruzione, delle branche quali la buona educazione (adâb), la scienza, la generosità, il coraggio, la longanimità, il riserbo che spinge ad arrestarsi entro i limiti imposti da Allâh e l’osservazione del carattere sacro dei comandamenti divini che apporta la sharî‘ah.
Tale è l’istruzione generale presupposta nella parola dell’Altissimo: «No! ma “siate Dottori della Legge divina, poiché insegnate il Libro e lo studiate”».
L’insieme di tutte le ṭuruq degli iniziati indica dunque con zelo (il cammino che conduce ad) Allâh e la nostra fiducia negli iniziati è assoluta, senz’alcuna restrizione: giacché lo shaykh dell’iniziato è suo padre, gli shuyûkh del suo tempo sono suoi zii e tutti gli altri loro fuqarâ’ sono suoi fratelli. Egli tratterà dunque suo padre come merita, i suoi zii come meritano e i suoi fratelli come meritano. Questa descrizione (della natura delle loro relazioni) risalta con evidenza dal Libro d’Allâh e dalla sunnah del suo Profeta.
Nel primo l’Altissimo ha detto: «Noi fortificheremo il tuo braccio con tuo fratello»[21] e «Allâh ama coloro che combattono nella Sua via in ranghi serrati come se fossero un edificio solido»[22]. E il Profeta – su di lui le benedizioni e la pace! – ha detto: «Due credenti sono come un edificio solido: l’uno consolida l’altro» e «I credenti sono come un sol corpo: se un membro del suo organismo s’indebolisce, tutto l’organismo s’indebolisce».
L’Altissimo ha detto ancora: «I credenti non sono che dei fratelli. Stabilite dunque la concordia tra i vostri fratelli!»[23]. «Stabilite la concordia», vale a dire abbiate dei costumi nobili quali la longanimità, la generosità, la modestia, la sollecitudine, l’affezione e l’amicizia, giacché tutto ciò consolida la Fraternità e ne rafforza le fondamenta.
In una parola, la Via dei sufi è una Via d’Unione; i loro respiri e i loro costumi sono l’amicizia nell’Unione. Giacché l’Unione è il principio dell’esistenza e il principio di ciò che si differenzia in tutti i mondi. I sufi la ricercano, giacché essa genera l’insieme dei gradi della Via, le sue manifestazioni e i suoi stati transitori. L’Altissimo ha detto:
«Non dividetevi»[24] affatto, giacché vi indebolireste e il successo vi sfuggirebbe: siate pazienti in quanto dovete sopportare nella vita tradizionale (dîn). «Armatevi di pazienza»[25], in occasione di tutte le ispirazioni (warid) per rendervi padroni delle aperture e delle conoscenze che sopraggiungono all’improvviso, e per dominarle – «Che non agiti la sua lingua affrettandosi!»[26] – «Siate fermi»[27], di cuore e di spirito, dinanzi a ogni folgorante Visione proveniente dal mondo del malakût[28] e davanti a ogni Contemplazione che sorge dal mondo del jabarût[29]. Ciò che cerca l’iniziato è di fronte a lui!
Sappiate, fratelli miei, che tutto ciò che accade all’essere è giusto (ḥaqq). L’Inviato d’Allâh – su di lui le benedizioni e la pace! – diceva: «V’è un gran bene nella pazienza (ṣabr) verso ciò che vi ripugna». Ora, quando il dhikr pesa all’anima (nafs) è segno che un’ipocrisia si dissimula nella nafs e vi si nasconde; e nella lotta contro la pesantezza (che attrae la nafs) verso ciò ch’essa desidera, (la pazienza) è (al tempo stesso) la morte della nafs e la lotta contro di essa. In una parola, la pazienza è un bene in tutte le situazioni, salvo lontano da Allâh; in tal caso, non è un bene. Tutte le modalità dell’amore si oppongono alla pazienza lontano da Allâh.
Sappiate (ancora), fratelli miei, che quando il faqîr che compie il dhikr non ha in sé la volontà (irâdah), l’appellativo di sufi è una metafora per quanto lo concerne e il suo dhikr è in pericolo. Non intendiamo (qui) per “volontà” quella che è un attributo d’Allâh e un attributo eterno che determina il possibile mediante certi caratteri che lo possono toccare, come la lunghezza, la piccolezza, la pelle bianca, la pelle nera, la magrezza o la pinguedine; ma con “la volontà del faqîr”, intendiamo un’ardente aspirazione nel cuore che provoca ogni illuminazione; essa è chiamata “la piangente” (an-nâ’iḥah) e queste parole dell’Inviato d’Allâh – su di lui le benedizioni e la pace! – a essa alludono: «Quando non v’è la piangente nel cuore, esso è in rovina come cade in rovina la casa disabitata». Chi possiede la volontà tra quelli che fanno il dhikr percorre in un mese maggior distanza nella Via di quanta ne percorra in molti anni chi l’ha smarrita. Il Profeta – su di lui le benedizioni e la pace! – ne ha tessuto le lodi in questi termini: «Allâh ama di sicuro ogni cuore rattristato»; e un certo shaykh, quando voleva congedarsi da un faqîr che partiva in viaggio, gli diceva: «Quando t’imbatterai in uomo triste, dagli il salâm da parte mia».
Il faqîr che possiede la volontà, è colui che è circondato dalle gioie inattese dell’amore; giacché la realtà dell’amore è (di essere) un fuoco che divora gli altri (che non siano l’Amato) e che ne annulla le tracce. L’innamorato piange per l’ardente desiderio d’incontrare i fratelli; e lo fa piangere ancora il timore di separarsene: in entrambi i casi non trova sollievo. È all’amore che allude il grande Shaykh Ḥâtimî dicendo in due dei suoi versi:
«Chi v’è al mondo di più infelice di un innamorato, anche se trovasse dolce il gusto della passione?
Egli piange d’ardente desiderio se è lontano da loro; e se è vicino (a loro), piange per timore della separazione».
Quell’amore è essenziale. Giacché vi sono due tipi d’amore: uno essenziale, l’altro apparente.
Più esattamente, l’amore apparente sussiste talvolta grazie all’altruismo e ai favori che l’accompagnano, e viene meno in loro assenza. L’Altissimo ha detto a proposito delle genti dell’amore apparente: «Tra di loro, ve ne sono che adorano Allâh tentennando. Se giunge loro un bene»[30] tra le cose che chiedono e delle quali si occupano costantemente, «essi ne godono tranquillamente»[31]; ciò significa che la loro nafs gode in pace dei favori e (dei beni) ricevuti in cambio (della loro adorazione); in tal caso essa ne è lieta e riconosce ad Allâh la Signoria.
«Se giunge loro una prova»[32] nel secondo caso, che è il rifiuto e l’assenza di favori, «fanno nuovamente voltafaccia e perdono questo mondo e l’altro»[33]. Ciò significa che il loro proposito è sbagliato, che nel caso del rifiuto negano la Signoria (ad Allâh), che recidono il legame con ogni amore e ne ottengono la perdita di questo mondo e dell’altro. In realtà, v’è in ciò un’abitudine che non è propria dell’amore, ma solamente una passione egoistica con cui la nafs assume varie manifestazioni per pervenire agli oggetti dei suoi desideri: si vedranno due uomini amarsi reciprocamente finché dureranno da una parte e dall’altra i favori e gli elogi; ma se uno di loro cessa i favori, i rapporti amichevoli e gli elogi, l’altro replicherà con (un cambiamento) ancora maggiore.
Quanto al segno dell’amore essenziale, coloro che lo posseggono sono Genti che il Vero (ḥaqq) ha spogliato dell’amore apparente e ha rivestito della luce del Suo amore; giacché la Provvidenza e la felicità sono stati dati loro in anticipo, essi si predispongono ad amarLo nell’attributo del Suo amore con cui Egli si è manifestato loro. È a quest’amore che si allude nelle parole dell’Altissimo: «Egli li ama ed essi L’amano»[34]; vale a dire: «Egli li ama» con il Suo amore, «ed essi L’amano» grazie al Suo amore.
Quest’amore durerà in eterno. Chi l’ha ricevuto, avesse mille nemici alla sua destra e mille amici alla sua sinistra, per il suo carattere, non farebbe differenza tra i due (gruppi). Giacché il suo carattere è eterno, non si divide né si condivide. Colui che esso infiamma tratta sempre bene chi gli ha procurato del male, perdona colui che lo ha oppresso, va a trovare chi lo ha abbandonato, dà a chi non è stato generoso con lui. L’Altissimo ha detto: «Il Clemente darà loro un desiderio»[35], vale a dire un amore.
Per l’innamorato, i contrari si equivalgono. Nell’Unione l’amore infiamma il suo cuore come l’infiamma nella separazione, nella prossimità come nella lontananza, nella potenza come nell’umiltà, di fronte ai doni come al loro rifiuto, nell’abbandono come nell’Unione. Fâridî vi allude in questi termini:
«La mia Unione è la mia separazione, il mio avvicinamento è il mio allontanamento, la mia umiltà è la mia potenza, la mia prova è il mio favore».
E ha detto ancora sull’amore essenziale:
«Se la mia sorte è d’essere abbandonato da voi e non v’è distanza, quest’abbandono, per me, è la riunione».
L’evidenza di tutto ciò è che la realtà dell’amore essenziale fa sì che tutte le ustioni prodotte dal suo ardore si sviluppino in tutte le viscere e gli intestini, finché il suo corso si estenda alla natura dell’intero essere. L’innamorato attira i cuori della gente, i loro spiriti e anche i loro stati. V’è molto ancora da dire sul senso dell’amore …
Sappiate – che Allâh ci sia propizio, a voi e a me! – che colui il cui amore prevale rispetto allo sforzo nel suo cammino e nel suo viaggio (iniziatico) (sulûk) è scelto e che colui il cui sforzo predomina (per contro) ritorna ad Allâh; l’Altissimo ha detto: «Allâh sceglie per Sé chi vuole e guida a Sé chi fa ritornare»[36]. La Scelta e il Ritorno sono due gradi eminenti nella Via degli iniziati; tuttavia, colui che è stato scelto vola nei suoi stati e nel suo lavoro, mentre chi ritorna cammina nei suoi stati e nel suo lavoro. E v’è sicuramente una certa differenza tra camminare e volare!
Così, l’uomo della devozione, dello sforzo, dell’ascetismo, dello scrupolo, l’uomo che digiuna molto durante il giorno e che veglia molto nella notte, costui è ricondotto ad Allâh – ch’Egli sia benedetto ed esaltato –. E chi possiede gli aḥwâl, la futuwwah, la longanimità, il coraggio, i doni, la conoscenza, la fraternità, l’amore, l’altruismo, questi è il prescelto.
Da qui provengono la distanza e l’avanzamento nella Via che distinguono quelli che per anni si sono dedicati allo sforzo e alla devozione da colui, nei cui aḥwâl, nelle cui parole e nei cui atti appare la manifestazione della Scelta: egli ottiene il primo posto molto rapidamente.
Colui che ritorna è uomo d’acquisizione e di lavoro, egli riceve ciò che corrisponde al suo merito nel suo sforzo. Allâh – ch’Egli sia esaltato – ha detto a proposito delle genti del Ritorno: «Entrate in Paradiso come ricompensa per ciò che avete fatto!»[37]. E ha detto: «A loro la Dimora della Pace presso il loro Signore, Egli è loro Amico (wâlî) per quanto hanno fatto»[38]. L’Altissimo ha anche detto in proposito: «Quanto a colui che dona, che ha timore e che presta fede alla Bellissima (Parola), Noi gli agevoleremo (l’accesso) alla Piacevolissima»[39], vale a dire al Paradiso, chiamato “la Dimora Piacevolissima”. Allâh ha infine detto su di loro: «Invero l’uomo non ottiene che il frutto dei suoi sforzi, e il suo sforzo gli sarà presentato, e gli sarà data piena Ricompensa»[40], vale a dire il Paradiso, chiamato “la Dimora della Ricompensa”.
L’Altissimo ha detto (per contro), per quanto concerne le genti della Scelta: rivolgendosi in questi termini al Suo Amico Muḥammad – su di lui le salutazioni e la pace! –: «Di’: Per il favore d’Allâh e per la Sua misericordia!»[41], vale a dire, di’: O Muḥammad, alle genti della Scelta: tutti i doni, i gradi, le conoscenze, le finezze, le sottilità, i giardini, le hûri, voi le avete «per il favore d’Allâh e per la Sua misericordia». Il Vero – gloria a Lui! – le corona con il Suo favore e la Sua liberalità, non a motivo delle loro opere. E che gioiscano di ciò, «è meglio di quanto ammassano (di buone azioni)!»[42]. Questa Dimora di cui il Vero fa loro dono si chiama “il Paradiso dei Doni”. Il Vero lo ha loro decantato dicendo: «è meglio di quanto ammassano (di buone azioni)». Essa è chiamata (anche) “la Dimora dei Doni”. L’Altissimo ha detto: «Noi doniamo pienamente, a costoro, e a costoro (ancora), i doni del Tuo Signore. I doni del Tuo Signore non sono affatto rifiutati»[43]. Colui che riceve i Doni, che è il Prescelto, ha molto gusto per le verità, le finezze, le sottilità, colui che ritorna ha gusto per le Leggi rivelate e le opere d’acquisizione, in parole e atti.
Ora, la Legge rivelata (sharî‘ah) e la Verità (ḥaqîqah) sono due aspetti che ci informano sul loro luogo rispettivo: il luogo delle ḥaqâiq è designato “Interiore”, quello delle sharây “Esteriore”.
È così che nessun intermediario separa i doni e le ḥaqâiq, che distinguono il Prescelto, dalla Presenza del Sé. (I sufi) dicono: «È raro che le ispirazioni divine giungano altrimenti che all’improvviso»; essi intendono dire che l’ispirazione (wâridah) sopravviene, nel cuore o nello spirito, improvvisamente. L’ispirazione può venire dall’alto del cuore; nel caso di un wâlî essa è (allora) chiamata ilhâm, a differenza del nome “rivelazione” che le si dà nel caso di un profeta.
È il contrario in materia di sharî‘ah; la sua Via comincia infatti con lo sforzo che si chiama “devozione”; poi essa sale progressivamente, con la via delle acquisizioni (spirituali) fino alla perseveranza e la si chiama “servitù” (‘ubûdiyyah), in seguito essa s’eleva ancora, attraverso doni e conoscenze raccolte lungo la via delle acquisizioni (spirituali), fino alla contemplazione.
Sappiate – Allâh vi conceda misericordia! – che la santità (wilâyah), al pari della funzione di profeta, non è il frutto di un’acquisizione. La wilâyah comporta dei gradi; il suo dominio, di realtà essenziali e sottigliezze, è l’Interiore. Non v’è in essa alcun intermediario.
Quanto alla realtà del wâlî, certuni hanno detto di lui: «Allâh s’è fatto carico del suo interesse, ha cacciato lontano da lui il suo avversario (shayṭân), e gli ha dato il dominio sulla sua nafs, che non ha più alcuna presa su di lui, giacché è il testimone d’Allâh sulla Sua terra ed esegue la sunnah d’Allâh e la Sua Legge (fard)». Chiunque, conoscendo il suo stato di wâlî, non si sarà conformato alle sue parole e ai suoi atti, non avrà giustificazioni di fronte ad Allâh il giorno della Resurrezione. Ḥâtimî l’ha così definito: «Egli è colui che procede seguendo il Profeta nell’Esteriore e nell’Interiore». Ed è stato detto: «Il wâlî è colui che regge il creato per mezzo della Verità con l’intermediazione del Profeta». Sîdî Sahl ben ‘Abd-Allâh Tustarî, lo shaykh di Junayd, ha detto: «Allâh fa conoscere gli awliyâ’ solo ai loro simili o a quelli cui vuole renderli utili. Se Allâh li mostrasse alle creature, ogni musulmano avrebbe sicuramente l’obbligo di far tesoro delle loro parole e dei loro atti» e un cattivo esito sarebbe da temere per chi li disconoscesse. Ma Allâh – gloria a Lui e ch’Egli sia esaltato! – stende su di loro il Suo velo, per misericordia verso i Suoi servitori.
Gli shuyûkh kummâl (perfetti) dei sufi figurano tra gli awliyâ’. Essi reggono, nella loro conformità (alla norma), il creato con la Verità, con l’intermediazione del Profeta, giacché sono i Califfi ortodossi che prendono a modello, nelle loro parole, nei loro atti e nei loro stati (aḥwâl), i Califfi che furono tra i Compagni del Profeta – su di lui le benedizioni e la pace! – come as-Ṣiddîq, al-Fârûq, Uthmân ibn Affân e Saydinâ ‘Alî – Allâh sia soddisfatto di tutti loro! –.
Gli shuyûkh dei sufi si collocano a dei gradi (maqâmât) diversi: lo shaykh della direzione (irshâd) è quello la cui scienza giuridica (fiqh) si mescola con la scienza del taṣawwuf, di modo ch’egli non si dedica esclusivamente né al taṣawwuf, né al diritto [exoterico]. Lo shaykh dell’aspirazione (ḥimmah) istruisce con l’aspirazione. Lo shaykh degli stati interiori istruisce con gli aḥwâl. Lo shaykh dell’educazione (tarbîyah) e del viaggio (sulûk), lui, riunisce tutti i maqâmât; è lui a far entrare i suoi discepoli in ritiro spirituale (khalwah).
Questo comporta delle condizioni. Esso è al massimo di 49 giorni e al minimo di 21 giorni. Non vi entra chi vuole: è lo shaykh che sa a chi confà di entrarvi.
Dopo il compimento del ritiro spirituale, segue la chiarezza (jalwah). Non v’è jalwah senza khalwah. Ritiro spirituale e chiarezza sono due dei gradi della Via. La loro scienza, come la scienza dell’Istruzione degli shuyûkh, è trattata altrove. Ciò di cui abbiamo parlato in questo trattato è l’essenziale del metodo e del dominio della devozione e dello sforzo. Coloro che li praticano sono onorati della Scienza della Certezza (‘ilmul-yaqîn), e lo sforzo nella via della devozione riceve le illuminazioni divine.
Il primo dei suoi mondi è quello del mulk, che è chiamato “il mondo dell’uomo”. Poi, dopo lo sforzo e la devozione, vengono la perseveranza e la servitù, che corrispondono al mondo del malakût, (la cui designazione) è una forma intensiva (derivata) da mulk. Il malakût è ciò che è celato alla vista.
La perseveranza nella servitù implica l’organizzazione del tempo dell’iniziato secondo ciò che gli è richiesto; giacché il tempo è una spada affilata che, se non la tagli con la Verità, ti taglia con il falso. Abbiamo già parlato del tempo in modo generale. Chi perde il suo tempo perde tutto.
La perseveranza nella Via della Servitù conduce al grado in cui si è saldamente installati nella servitù. Non si passa a un altro prima d’averlo compiuto talmente bene, che Colui che ti ci ha fatto accedere te ne faccia egli stesso uscire.
La condizione del maqâm è che tu vi sia stabilito
Fermamente. Non occuparti di un altro,
Ma adempine piuttosto le leggi fino in fondo;
Osservando l’adâb della soddisfazione, così ne trarrai profitto.
Pesa bene l’essenza di ciò che ti ha fatto entrare (nel maqâm),
Nello stesso modo di ciò che te ne farà uscire.
Chi di propria iniziativa esce da un maqâm (per andare) a un altro, lascia incompiuto il suo lavoro. Chi ne esce per mezzo d’Allâh, ha completato la sua opera.
La perseveranza nella servitù porta al maqâm dell’apprensione, poi al maqâm del desiderio, poi alla speranza, poi all’intimità. La serie (dei maqâmât) è lunga, essa è stata esaminata in altre opere; citiamo ancora il timore, l’angustia, la tristezza. Trattarne sarebbe lungo, mentre noi vogliamo essere brevi.
La perseveranza nella servitù conduce allo stato transitorio (ḥâl); lo ḥâl è il risultato prodotto dalle ispirazioni su coloro che le ricevono. Le ispirazioni sono provocate dalle recitazioni (awrâd), le recitazioni dipendono dallo sforzo e dalla devozione. Non v’è ispirazione senza recitazione, non v’è stato transitorio senza ispirazione.
Come indica il loro nome, gli stati transitori, ogni volta che si producono, sono mutevoli e hanno durata limitata. Per questo è stato detto:
«Se non mutasse, non lo si chiamerebbe ḥâl, e tutto ciò che muta, scompare.
Guarda l’ombra quando sta per scomparire, essa comincia a diminuire quando ha raggiunto la sua lunghezza (massima)».
La perseveranza nella servitù porta alla ricerca dell’estasi (tawâjud); il tawâjud consiste in uno sforzo per ottenere l’estasi (wajd), nel tentativo di provocare una discesa (d’influenze spirituali) nel cuore; tutti coloro che ricercano le ispirazioni divine e le essenze signoriali nascoste si chiamano mutawâjid.
Dopo il maqâm della ricerca del wajd, viene il wajd stesso, che (corrisponde) alla presenza delle essenze nascoste e tutto ciò che incontra inaspettatamente il tuo cuore, tramite le invasioni provenienti dal mondo dell’invisibile (ghayb). Quando il wajd persiste e dura (lungamente) nell’iniziato, si estende a tutti gli elementi del suo essere. Ognuno di loro prende la sua parte di wajd, e ciascuno riceve un cuore, uno spirito e un amore secondo il suo bisogno; in questo momento accade l’attrazione in conformità alle necessità degli elementi della sua essenza, secondo ciò che hanno ricevuto da parte del loro Signore per quanto concerne le conoscenze nelle loro contemplazioni. L’intero essere reagisce all’irruenza e all’effervescenza delle essenze nascoste dei suoi elementi. Il corpo s’indebolisce molto e ne diviene ben presto sopraffatto. Ciò appare sul volto dell’iniziato, sulla sua fronte, nelle parole che gli sfuggono, sulle sue mani e sui suoi piedi. Le persone parlano allora di lui secondo le diverse conoscenze che possono avere al suo riguardo. Talvolta egli piange e ride allo stesso tempo, e lo si dice pazzo, talvolta parla una strana lingua, divulgando le verità che gli sono state comunicate, talvolta si distingue per altre peculiarità. Questo stato è chiamato wajdân, “turbamento”, “seconda colorazione”, “abbacinamento”.
Colui che dice: «Guardati dal dire: io sono Lui!» va verso la sua rovina ed è in un maqâm di divisione. Chi dice: «Evita d’essere altro che Lui!» è in un maqâm d’Unione, di Gusto e di Svelamento. Chi vi si trova non cessa di lavorare, e il suo essere si stabilisce sempre più fermamente nell’Essenza, finché dura la forza che arriva al corpo; quando è stato vinto nella pura Totalità, il suo maqâm si chiama “estinzione” (fanâ’) e “scomparsa” (ghaybah). E quando scompare dalla scomparsa, lo si chiama “Realizzazione” (wujûd) dopo il wajdân. Ecco quanto dice Junayd sul wujûd:
La mia Realizzazione è che io sparisca dall’Esistenza
Grazie a quanto mi appare dalla Contemplazione.
Trattare di questi maqâmât sarebbe lungo; ora noi vogliamo essere brevi.
Il mondo della perseveranza e della visione delle essenze nascoste del Malakût è come un istmo (barzakh) che separa il mondo della devozione, del quale abbiamo parlato più sopra, da quello della Contemplazione. Esso ha una faccia inferiore che prolunga il mondo dello sforzo, e una faccia superiore, da cui sono riversate su di lui le Conoscenze e le Verità, e che è il mondo della Contemplazione. Questo viene così in terzo luogo, dopo lo sforzo e la perseveranza. Esso è donato allo spirito e corrisponde al mondo della Santità sotto un aspetto, e al mondo del Sé sotto un altro, poiché il fulgore sullo spirito della Contemplazione in uno dei tre mondi è un’irruenza delle Verità che inondano frontalmente lo spirito, senza intermediari tra esse e i mondi.
Ci atterremo a questo, giacché dopo i tre maqâmât, l’esposizione non può che arrestarsi; questo trattato è rivolto solo a chi è all’inizio e a chi è un po’ più avanzato nella Via; quanto a colui che è già arrivato alla fine, non prende né dai quaderni né dalle poesie, ma possiede una scienza nel petto, ben custodita come un tesoro e che viene tramite l’ispirazione (ilhâm). Tujîbî lo dice nelle Mabâhith:
«Metterla per iscritto non è permesso,
Ma è un tesoro ben custodito nell’intelletto.
Guardati dall’aspirare a possederla,
Tramite un quaderno, un poema o una composizione!».
Altri ancora hanno detto:
«Oh, quante perle della mia scienza! Se le divulgassi, mi si direbbe: Tu fai parte di quelli che adorano gli idoli,
E i musulmani riterrebbero che versare il mio sangue sia lecito! Essi vedono brutto tutto ciò che è bello.
Certo, io nascondo le perle della mia scienza, perché l’ignorante non possa vedere la Verità ed esserne turbato!»
e nel ḥadîth: «Parlate alle persone nella misura di ciò che comprendono! Volete forse che Allâh e il Suo Inviato siano presi per mentitori?».
Se ciò è fermamente stabilito, voi saprete con certezza che tutti quelli che non sono spinti nella loro totalità verso la Presenza d’Allâh e non ricercano una realizzazione, anche se il loro tamburo si udisse da lontano e se il fracasso del loro tuono giungesse fino all’orizzonte, resterebbero comunque estranei rispetto a tale prospettiva. Ma essa appartiene alle Genti che sacrificano la propria individualità per Allâh e che la utilizzano per essere utili a tutti i fratelli senza distinzione e per riavvicinarli ad Allâh, che invocano all’alba nell’umiltà e nella sottomissione, perché Allâh li faccia giungere alla meta, e li renda più forti nello sforzo e nella perseveranza per quanto concerne il dhikr d’Allâh.
Qui terminiamo la presente risâlah, alla quale aggiungeremo un’appendice che tratterà dei propositi che disturbano i pensieri di tutti e che distraggono dalla Via alla quale il Veridico e Degno di fede – su di lui le salutazioni d’Allâh! – ha fatto allusione dicendo: «Vi lascio sulla Via bianca, il cui giorno è come la sua notte; se ne allontana solo colui che perisce». Ve ne sono in particolare che sono diffusi presso coloro tra i fratelli che sono fanatici, ai quali manca ogni esperienza per quanto concerne le modalità della Via, le sue tappe, i suoi gradi, il suo inizio, il suo percorso e il suo esito. Essi attribuiscono (questi propositi) agli shuyûkh, facendo loro dire ciò che non hanno voluto dire a proposito della tolleranza sia di una ṭarîqah, sia di tutte le ṭuruq, giacché non proviene niente dai nostri Maestri, gli shuyûkh, che non sia in accordo con il Libro e la sunnah. Essi dicono: «Tale è la nostra ṭarîqah, migliore di tutte le altre», verso le quali spacciano delle calunnie di cui taceremo. Che Allâh sia con essi indulgente per questo! Il loro scopo è di esaltare la loro ṭarîqah. Ora l’Altissimo ha detto: «Non esagerate nella vostra tradizione andando oltre la Verità»[44]; e il Veridico e Degno di fede – su di lui le benedizioni d’Allâh! – ha detto: «Non lodatemi oltre misura come fanno i Cristiani con Gesù, figlio di Maria». Allâh ha detto anche: «I più nobili, presso Allâh, sono i più timorati!»[45].
È nello stesso modo che essi dicono che la visita (ziyârah) è assolutamente proibita in generale. Dio non voglia! Certuni hanno solamente, nel corso del loro cammino e del loro viaggio, veduto che gli shuyûkh mettono in guardia i novizi dagli atti contaminati dalla passione. Questi novizi si presentavano agli shuyûkh senza cuore e senza discernimento di fronte ai poteri (karamât) degli Uomini, degli stati associati all’attrazione, o con opinioni contrarie alle abitudini di cui si sente parlare (nelle riunioni di sufi). È così che Zarrûq – Allâh sia soddisfatto di lui! –, vedendo il gran numero di quelli che pretendevano al suo tempo (d’esercitare la direzione spirituale), esclamò: «Non v’è alcuno shaykh dopo questa barba!», e vietò ai novizi la visita a causa della loro mancanza di maturità e di fermezza nella Via. Certuni generalizzarono quel divieto e dissero che bisognava abbandonare radicalmente la visita, così come esigevano le loro passioni. Al contrario, la visita è lo spirito stesso della Via, sin dall’inizio della nostra genesi, dalla creazione dei nostri spiriti e da tutto ciò che è avvenuto nel mondo dell’immaginazione assoluta, così come dopo che Allâh ci ha donato quest’esistenza, e ha fatto del nostro sviluppo una visita, rinnovando il passato e confermandolo nella Sua parola: «O voi che credete, siate fedeli agli accordi!»[46] e: «Siate fedeli al Patto!»[47]. Egli ci ha vietato di venir meno agli accordi e rompere i patti. Sushtûrî, Nâbulsî e altri shuyûkh inviavano per il mondo i loro Compagni, i Ben Diretti, Guide e Guidati, sul modello degli ambasciatori del Profeta, per insegnare alla gente la propria Tradizione e chiarire loro la Dottrina dell’Unità (tawḥîd) comune, profonda e ultima e affidare loro l’incarico (di portare avanti la ṭarîqah). Dicevano loro: «Andate dove volete e fateci conoscere agli altri». Allâh ha detto ancora: «Siate fedeli al Patto, giacché del Patto si deve render conto!»[48], ecc. Solo chi è negligente verso Allâh e la Via nega totalmente la visita, giacché gli shuyûkh (che non si vuol visitare) sono i Califfi che succedono al Profeta – Allâh lo saluti e gli dia la pace! –. Ciò che ha fatto, lo fanno; da ciò che non ha fatto, si astengono. Giacché tutto il bene sta nel seguirlo, e tutto il male sta nell’innovazione.
Sii come furono le migliori creature,
Alleato alla magnanimità, seguace del Vero.
Ogni bene è nel seguire i passi di coloro che ci hanno preceduto,
Ogni male viene dall’innovazione di coloro che vengono dopo,
Ogni orientamento del Profeta è preponderante:
Ciò ch’è lecito, fallo; ciò ch’è illecito, evitalo.
Vediamo il senso della frase che è attribuita allo Shaykh ‘Abd al-Qâdir quando dice: «Questi miei due piedi stanno sopra la nuca di tutti gli awlîyâ d’Allâh!», frase che estendono, fraintesa, ai loro shuyûkh e pensano che il senso dato qui ai “piedi” sia quello di membra; lungi dallo Shaykh ‘Abd al-Qâdir e lungi da ogni altro shaykh un pensiero simile! Lo Shaykh ‘Abd al-Qâdir voleva dire che portava lo stendardo della Verità sulla spalla destra e lo stendardo della sharî‘ah sulla spalla sinistra. La Verità e la sharî‘ah rappresentano la nuca che corrisponde al rango elevato e alla salvaguardia dei due stendardi. In un ḥadîth il Profeta dice: «I giusti d’ogni generazione portano il carico di questa Tradizione». V’è un proverbio che dice: «Un tale ha un piede nella ḥaqîqa, un tale ha un piede nella sharî‘ah e un tale ha un piede nella scienza». Quando si parla di “piede” (qadam) s’intende la fortuna più grande e la posizione più alta presso Allâh e ciò comporta il portare lo stendardo della sharî‘ah e della ḥaqîqah sulla nuca di ogni wâlî d’Allâh, cioè che ogni wâlî d’Allâh è il successore del Profeta il cui incarico è di portare i due stendardi dal primo momento, e li deposita solo con l’ultimo respiro con cui esce da questo mondo. Li portano allora quelli che li rimpiazzano, e così di seguito fino alla consumazione di questo mondo. La prova di ciò che abbiamo detto a proposito dei due “piedi” e che consiste nel portare alti i due stendardi della sharî‘ah e della ḥaqîqah, con grande sincerità e perfetto rispetto del patto, è ciò che dice l’Altissimo: «Essi hanno un rango (qadam) di sincerità presso il loro Signore»[49]. Ma colui per il quale si dissipa l’ambiguità delle parole degli awliyâ’, ha ricevuto la Saggezza; «e chi ha ricevuto la Saggezza, ha ricevuto un bene immenso».
Tra i detti degli awliyâ’ che non riguardano quelli che sono privi di scienza e si riempiono la bocca di parole calunniose, vi sono delle formule come quella di Abû Yazîd Bistâmî: «Noi c’immergemmo nei Mari, mentre i Profeti restavano sulla riva». Ecco il senso della frase di Abû Yazîd: «Noi c’immergemmo nei Mari», vale a dire noi fummo incapaci d’attraversarli con potenza e calma; ben più, non lo potemmo, malgrado la nostra grande stabilità, a causa dell’agitazione dei flutti dei Mari delle ḥaqâiq che circondavano il nostro essere. Ciò apparve nelle nostre parole, sulle nostre guance e sulla nostra fronte. Quanto ai Profeti – su di loro le salutazioni e la pace! – essi attraversarono i Mari tranquillamente e con calma, grazie alla forza della loro potenza e alla protezione (loro concessa). Il termine “immersione” non può applicarsi nel loro caso, giacché non s’impiega che a proposito della dominazione degli aḥwâl. I profeti – su di loro le salutazioni e la pace! – attraversarono tutti i Mari com’è descritto: con la tranquillità, la calma, la concentrazione che corrispondono al grado della Profezia (maqâm an-nubû’ah), e si mantennero sulla seconda riva. Il Vero – gloria a Lui! – testimoniò in favore del Suo Profeta – Allâh lo saluti e gli dia la pace! – quando attraversò questo e altro ancora: «E non deviò il suo sguardo e non vagò»[50]: egli non volse il suo sguardo verso tutto ciò, ma rimase in una grande concentrazione, e in un immenso timore alla Presenza del suo Creatore. Hâtimî ha composto un verso che informa della traversata di questi Mari, senza menzionarvi l’“immersione”. Eccolo:
«Lasciammo alle nostre spalle i Mari rigonfi.
Da che saprebbero le genti dove ci dirigemmo?»
Giacché i gradi dei Perfetti Conoscitori per mezzo d’Allâh sono diversificati senza limite in base alle loro diverse Dignità. Dhu-n-Nûn Misrî inviò uno dei suoi discepoli da Abû Yazîd, dicendogli: «Recati a trovare Abû Yazîd, dagli il salâm da parte mia e digli: Tuo fratello Dhu-n-Nûn Misrî ha bevuto una coppa d’Amore ed è assente dai due mondi». E allorché il messaggero fu giunto presso Abû Yazîd e gli ebbe riferito ciò, Abû Yazîd gli rispose: «Di’ al tuo Shaykh Dhu-n-Nûn: Abû Yazîd ha bevuto i Mari dell’Universo, eppure ne vuole ancora!».
Lo Shaykh Abû Suûd disse al Polo (Quṭb) Tafsûnjî a proposito dello Shaykh ‘Abd al-Qâdir: «È da trent’anni che non vedo lo Shaykh ‘Abd al-Qâdir qui, alla riunione». Il Polo Tafsûnjî gli rispose: «Chi è seduto sulla soglia della casa non vede chi è all’interno. È per le sue cure che ti è giunto venerdì il mantello ricamato con la sura al-ikhlâṣ». Lo Shaykh chiese perdono ad Allâh e purificò la sua volontà (imperfetta).
In una parola, la purificazione della volontà e lo sforzo per adempiere la sharî‘ah sono la salvezza perfetta di tutti i fuqarâ’, novizi o compiuti. È detto nel ḥadîth: «Se aveste fiducia nelle pietre, ne trarreste profitto». Che pensare allora dei tuoi fratelli gli iniziati, e di tutta la comunità degli adoratori d’Allâh!
Allâhumma, saluta Sayyidinâ Muḥammad, Pienezza delle due (specie d’esseri) dotate di peso!
Allâhumma, saluta Sayyidinâ Muḥammad, Pienezza dei Primi e degli Ultimi!
Allâhumma, saluta Sayyidinâ Muḥammad, Pienezza del Pleroma Supremo, fino al giorno del Giudizio! Saluta la sua Famiglia e i suoi Compagni, e dà loro la pace!
«Gloria al tuo Signore, il Signore della Potenza, lungi da ciò che Gli attribuiscono! Che la pace sia sugli Inviati, e Lode ad Allâh, il Signore dei mondi»[51].
[1] Corano, XLVIII, 29.
[2] Corano, XLVII, 30.
[3] Corano, XV, 75.
[4] Corano, XXXIII, 23.
[5] Corano, LXI, 2.
[6] Corano, XLVIII, 10.
[7] Corano, V, 1.
[8] Corano, XVII, 34.
[9] Corano, III, 102.
[10] Corano, II, 152.
[11] Corano, XXXIX, 53.
[12] Corano, XCV, 4-5.
[13] I versi che seguono sono in dialetto marocchino.
[14] «La futuwwah designa in generale la generosità e la nobiltà, e nella terminologia dei sufi, essa implica che tu preferisca le creature a te stesso in questo mondo e nell’altro» (Jurjâni, Tarifât).
[15] Lett. il petto largo.
[16] Corano, III, 200.
[17] Il termine mukâbadah, che traduciamo con “perseveranza” e che troveremo più volte nel seguito del testo, indica uno sforzo costante compiuto nonostante la fatica, la pena e le difficoltà.
[18] Corano, VII, 128.
[19] Corano, III, 200.
[20] Corano, III, 79.
[21] Corano, XXVIII, 35.
[22] Corano, LXI, 4.
[23] Corano, XLIX, 10.
[24] Corano, III, 103.
[25] Corano, VII, 128.
[26] Corano, LXXV, 16.
[27] Corano, VIII, 46 e III, 200.
[28] Il mondo del malakût comprende il mondo della manifestazione informale (arwâh) e di quella sottile (nufûs).
[29] Il mondo del jabarût è il mondo dei nomi e degli attributi divini (Jurjâni, Tarifât).
[30] Corano, XXII, 11.
[31] Ibid.
[32] Ibid.
[33] Ibid.
[34] Corano, V, 54.
[35] Corano, XIX, 96.
[36] Corano, XLII, 13.
[37] Corano, XVI, 32.
[38] Corano, VI, 127.
[39] Corano, XCII, 5-7.
[40] Corano, LIII, 39-41.
[41] Corano, X, 58.
[42] Ibid.
[43] Corano, XVII, 20.
[44] Corano, V, 77.
[45] Corano, XLIX, 13.
[46] Corano, V, 1.
[47] Corano, XVII, 34.
[48] Ibid.
[49] Corano, X, 2.
[50] Corano, LIII, 17.
[51] Corano, XXXVII, 181-182.
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