Presentazione dello Shaykh Muhammad Tâdilî
- ilsufismo
- 19 nov
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Aggiornamento: 21 nov
La seguente presentazione dello Shaykh Muḥammad Tâdilî trae i suoi elementi fondamentali dall’opera Al-mâ’asûl di Mukhtâr Sûsî, monumentale biografia degli shuyûkh che erano stati murîdîn (discepoli) di suo padre, Shaykh Sîdî ‘Alî Ilghî Sûsî, e dall’opera Dalîl mu’arrikh al-Maghrib al-Aqsâ di ‘Abd as-Salâm ibn Sudah, storico marocchino, che studiò a fondo i sufi, i loro stati e i loro scritti, e che fu in contatto con lo Shaykh Tâdilî. Centrali si sono rivelati pure alcuni scritti dello Shaykh Aḥmed Skirej espressamente rivolti allo Shaykh Tâdilî, tra cui As-siḥr al-bâbili muwwajjah ilâ al-‘arîf Tâdilî. Utile è stata anche la consultazione della pubblicazione Shaykh Muḥammad ben ‘Alî Tâdilî, stampata da Al-Ma‘ârif al-Jadîda a Rabat, raccolta di opere brevi che contiene vari elementi biografici dello Shaykh Tâdilî comunque presenti nelle prime due opere succitate, né va dimenticata la presentazione all’edizione francese La Vie traditionnelle c’est la Sincerité, pubblicata da Éditions Traditionnelles, Paris, 1971. La nostra condizione ci ha poi permesso di attingere ad alcune conoscenze dirette di episodi istruttivi che abbiamo ritenuto di inserire in questa presentazione. Ringraziamo infine l’A. C. Pardes che ha consentito la redazione e pubblicazione della presente traduzione dell’opera Ad-dînun-naṣîḥah dello Shaykh Muḥammad Tâdilî.
15 sha‘bân 1440 – 21 aprile 2019
Bassiṭa Tâdilî figlia di Sîdî ‘Abd ar-Raḥmân figlio dello Shaykh Sîdî Muḥammad Tâdilî
Egli è Muḥammad figlio di ‘Alî figlio di Ma‘ati figlio di Taḥar, come indica egli stesso in un manoscritto.
In questa catena troviamo il wâlî (santo) Jâbir che è sepolto a Tâdla, da cui proviene il nome Tâdilî. Ne parla anche Mukhtâr Sûsî nella sua biografia Al-mâ‘asûl. Lo Shaykh Tâdilî fa risalire la sua origine a Sijilmâsa, quando lega la sua genealogia a un antenato che è sepolto colà, ossia ‘Abd-Allâh ben ‘Abd al-Jabbâr, conosciuto come Jabbâr Tlaîf, colui che ricompone ciò che è devastato. Il lignaggio di Sîdî ‘Alî ben Tâdilî risale fino all’Imâm ‘Alî[1] per via di Ḥasan Muthannâ figlio di Ḥasan Sibt[2] – che Allâh sia soddisfatto di loro! –.
Muḥammad Tâdilî nacque a Rabat e crebbe in una famiglia conosciuta per la scienza e la devozione. Non è noto con precisione l’anno della sua nascita, ma Mukhtâr Sûsî dice che risale approssimativamente al 1873. Lo storico ‘Abd as-Salâm ibn Sudah situa la sua nascita nel 1876.
Muḥammad Tâdilî apprese giovanissimo il Corano e i fondamenti delle scienze islamiche. All’età di 15 anni raggiunse l’università Al-Qarawiyyîn a Fes per terminare i suoi studi. Restò in quella città fino al momento in cui ne uscì per iniziare il suo viaggio di ricerca spirituale e del proprio shaykh tarbîyah (dell’educazione). Questo evento si situa nel 1897 o 1898. In quel periodo egli visse a Casablanca, Settat e Marrakech, dopodiché si stabilì definitivamente nella città di El Jadida, dove restò fino alla morte, che avvenne la sera di giovedì 30 sha‘bân 1372 dell’Egira, corrispondente al 14 maggio 1953 – che Allâh lo abbia nella Sua Misericordia! –. Fu sepolto in quella che era la sua casa e la sua zâwiya.
Muḥammad Tâdilî apprese diverse scienze che venivano insegnate in quel tempo da numerosi Maestri. ‘Abd as-Salâm ibn Sudah dice che tra questi shuyûkh v’erano lo Shaykh Muḥammad Tuhâmi Wazzânî, lo Shaykh ‘Abd-Allâh ben Idrîs Badrâwi Ḥasani, lo Shaykh Aḥmed ben Khiât Zekari Ḥasani e lo Shaykh Aḥmed ben Jilâli Amghâri. Nonostante il viaggio di ricerca del proprio shaykh tarbîyah, egli non smise di ricevere la scienza; infatti, si presentava alle lezioni di aḥâdîth[3] alla moschea Ben Yusûf a Marrakech e, tornato a Fes, assisteva alle lezioni (shama‘il at-tirmidhi) dello Shaykh ‘Abd al-Ḥay Kettâni. Ne parla Kettâni stesso nella ijâza (permesso) che diede a Muḥammad Tâdilî.
A proposito della sua dottrina, in un testo nel quale in primo luogo cita Qashânî e ciò che egli dice nel libro Ḥaqiqatu al-wujûdi (La Verità dell’Esistenza), cosicché non si possa dire che ciò che afferma proviene da sue invenzioni, lo Shaykh Tâdilî dichiara: «Egli l’Altissimo è Esistente, Antico, Eterno, diverso dalle sue creature nella Sua essenza, nei Suoi attributi e nei Suoi atti, Esistente da Sé, non ha bisogno né di luogo né di altro, Unico nella Sua Essenza, nelle Sue Qualità e nei Suoi Atti. Potente con la Sua Potenza, Sapiente con la Sua Scienza, Auditore con il Suo Udito, Colui che parla con la Sua Parola, Colui che vuole con la Sua Volontà, è vivo con la Sua Vita “non v’è nulla che sia somigliante a Lui ed Egli è l’Auditore, il Veggente”[4]». Allâh dice nel Corano: «A ciò che ho creato con le Mie Mani»[5]. Si riferisce alle Sue Qualità con le quali crea tutto ciò che vuole, Gloria a Lui. Egli possiede il Bel Volto, le qualità della Sua Essenza sono specifiche della Sua Essenza; al loro proposito non si dice che esse sono Lui o esse sono diverse da Lui, ma esse sono Sue qualità preeterne e sono dei caratteri senza principio né fine (samadî). Egli è Unico nella Sua Essenza, Egli non assomiglia alle creature né esse Gli assomigliano. Non è né sostanza né forma e neppure materia. Le Sue qualità non sono accidentali, non si può immaginarLo né Lo si può determinare nelle menti. Non ha né orientazione né localizzazione e non è sottoposto né a un periodo né al tempo. Nel descriverLo non bisogna diminuire o amplificare. Non si può darGli né forma né misura. Non è interrotto né da una fine né da un limite. Non accade causalmente e nessuno Lo incita a fare alcuna cosa. Non è assoggettato né a una colorazione né a una forma. Non ha appoggio esteriore sia esso aiuto o soccorso. Nessun decreto sfugge al Suo potere. Nulla di ciò che si fende può staccarsi dal Suo giudizio. Non v’è cosa conosciuta che sfugga alla Sua Conoscenza. Non Gli si chiede dove, in che direzione, né come. Egli non ha un inizio d’esistenza e quindi non si può dire quando sia cominciato, né una fine da poter dire che il tempo e l’eternità siano stati completati. Non Gli si chiede perché ha fatto ciò che ha fatto, poiché non v’è giustificazione ai Suoi atti. Non Gli si chiede cosa è, giacché non appartiene ad alcun genere e quindi non si caratterizza con nessun segno. Non dev’essere visto come equiparato ad altro, Egli vede tutto senza l’uso degli occhi. Egli crea senza intraprendere alcuna azione[6]. Egli possiede i più bei nomi e le qualità più alte, fa ciò che vuole e i servi sono umili al Suo Decreto. Non avviene nel Suo Reame alcunché ch’Egli non voglia e non accade alcuna cosa nel suo Regno che non sia già decretata. Tutto ciò che capita avviene poiché Egli ha deciso che succeda e ciò che non vuole che accada non ha esistenza. Egli è il Creatore di ciò che possiedono i suoi servi, sia esso bene o male. Egli è l’Autore Eccelso di tutto ciò che v’è nel mondo di specificità e di tracce, siano esse poche o tante. Egli è Colui che invia gli Inviati alle comunità senza che sia tenuto a farlo. Le creature Gli sono devote seguendo ciò che i Profeti portano loro e nessuna di esse ha diritto di porre alcun rimprovero né opposizione. Egli è il Sostenitore del nostro Profeta – su di lui le benedizioni e la pace! – con miracoli evidenti e segni sfolgoranti e splendenti».
Sîdî Muḥammad ben ‘Alî Tâdilî è cresciuto in una famiglia conosciuta per la sua scienza, discendente di antenati rinomati per la loro santità e devozione, e le sue inclinazioni per il taṣawwuf sono apparse già nella giovinezza. Era propenso a ritirarsi nelle moschee passandovi, di nascosto, la notte in devozione. Era un grande appassionato dei detti dei sufi e amava molto i loro stati. Andava sovente in viaggio alla ricerca degli esempi di cui leggeva, nei libri della “Gente di Dio”. Egli incontrò nei suoi spostamenti tanti grandi shuyûkh del suo tempo, tra i quali ‘Abu Zayd Mawlây ‘Abd ar-Raḥmân ben Ṭayyib ben Mawlây ‘Arbî Darqâwî[7], ma non prese nessuno di loro come shaykh tarbîyah, anche se diceva che li considerava come suoi shuyûkh. Egli prese il patto da Ṭayyib Ḥuwârî che era un conoscitore per Allâh, mentre era in viaggio nella regione dei berberi nel 1898. Ma affidò la sua volontà totale nell’educazione iniziatica solamente a Sîdî ‘Alî Ilghî Sûsî che era allora shaykh della ṭarîqah (via spirituale) Darqâwiyya nella regione di Tafraut nell’Anti-Atlante (sud del Marocco).
Mukhtâr Sûsî chiese a Sîdî Muḥammad Tâdilî come incontrò il suo shaykh murabbi (dell’educazione spirituale) ed egli gli riferì che era nella città di Settat quando ricevette un’ispirazione: partì allora per Essaouira dove incontrò alcuni murîdîn dello Shaykh Ilghî e rimase meravigliato dalla loro educazione e dai loro stati signoriali. Egli aveva trovato in loro il carattere di cui leggeva nei libri a proposito dei sufi. Cominciò a spendere tutto ciò che possedeva per loro, e quando terminò il denaro vendette persino i suoi vestiti per soddisfare i loro bisogni. Il loro comportamento generò in lui un ardente desiderio di conoscere lo shaykh che li aveva condotti a questi stati, che li avevano allontanati da tutto ciò che non è Allâh. Decise quindi di partire con loro per incontrare lo Shaykh. Aveva lasciato il suo abito cittadino e indossato un vestito rappezzato come i loro. Partì con l’intenzione di separarsi dal mondo e orientarsi verso Allâh presso la zâwiya dello Shaykh Ilghî. Tanto forte era il desiderio di raggiungere il suo scopo che si incamminò a piedi, nonostante la sua debole corporatura. Egli racconta che poco prima di raggiungere lo Shaykh passò la notte presso alcuni fuqarâ’ ed ebbe una visione di un uomo che aveva un maqâm (grado) molto elevato con una luce maestosa. Attorno a lui v’era molta gente. Quando fu accolto dallo Shaykh, lo riconobbe come l’uomo della visione. L’accoglienza fu molto festosa. Questo incontro avvenne nel 1899.
Il soggiorno del murîd appena arrivato nella zâwiya, Muḥammad ben ‘Alî Ribâṭi (di Rabat) come lo chiamavano i fuqarâ’, non era facile: era stato messo di fronte alla durezza della natura di quei luoghi. Era il mese di febbraio e lui, il cittadino, non era abituato a vivere in quel paese di montagna, al freddo intenso che trovò in quei luoghi, e patì molto nell’adattarsi al clima da una parte, e dall’altra allo stare con gli altri discepoli che parlavano solo berbero, lingua che lui non conosceva. Inoltre non riusciva a seguire i loro ritmi di lavoro, anche se si sforzava di accompagnarli nelle loro attività. Racconta che una volta, durante un giorno in cui digiunava, i murîdîn stavano costruendo un edificio e cominciò a portar loro le pietre. Sentì una gran debolezza e in cuor suo si augurò che lo Shaykh gli permettesse di riposarsi. In quel momento lo Shaykh uscì, passò vicino ai discepoli e una volta arrivato a lui, lo prese per mano e gli disse: «Tu stai digiunando, entra alla zâwiya e fai il dhikr[8] di Allâh: questo è il tuo lavoro».
Nonostante la brevità del soggiorno presso la zâwiya di Iligh lo Shaykh Sîdî ‘Alî dedicava una cura particolare a Muḥammad Tâdilî. Mukhtâr Sûsî racconta che lo Shaykh rimproverò uno dei murîdîn più importanti, perché non si occupava di Muḥammad Ribâṭi e non gli teneva compagnia. Quando Sîdî Muḥammad Tâdilî partì, lo Shaykh ‘Alî Sûsî diede del denaro a questo murîd perché lo seguisse e glielo portasse. Un altro episodio importante si ebbe quando Sîdî Muḥammad Tâdilî si trovava a Fes nel majlis (assemblea) dello Shaykh Muḥammad Kettâni, il quale possedeva tante scienze gradite a coloro che ascoltavano. In quel momento Muḥammad Tâdilî sentì una forte inclinazione verso di lui e si disse che tale Shaykh poteva essergli congeniale. Appena uscito dall’assemblea gli apparve davanti il suo Shaykh Ilghî, che cominciò a rimproverarlo aspramente. Qui Muḥammad Tâdilî comprese la grande sollecitudine che lo Shaykh aveva per lui, e che lo voleva esclusivamente per sé. Chiese perdono ad Allâh, temendo per ciò che gli poteva accadere se non fosse rimasto fedele al suo Shaykh. Egli vide il suo Shaykh anche dopo la sua morte, e fu rimproverato perché, durante uno dei suoi viaggi, voleva richiedere un idhn (autorizzazione) di devozione a un altro. Un ulteriore atto di attenzione fu quando lo Shaykh Sîdî ‘Alî Ilghî chiese al suo murîd Ibrâhîm Baṣîr, in seguito diventato shaykh, di prendersi cura di Muḥammad Tâdilî; ciò dimostra come lo Shaykh avesse visto giusto nel valutare il suo murîd.
Tra i caratteri di Muḥammad ben ‘Alî Tâdilî Ribâṭi v’erano la rettitudine nella condotta e la diligenza nel comportamento con gli altri; dalla sua natura nobile spiccavano generosità e altruismo. Sono questi i due caratteri che aiutano di più, chi ne è dotato, a percorrere la via del taṣawwuf. Abbiamo già visto che Sîdî Muḥammad ben ‘Alî Tâdilî aveva già speso tutto ciò che possedeva quando aveva incontrato i murîdîn, rimanendo con un vestito rattoppato. Ecco un altro aneddoto. Una volta udì un cantore recitare questo verso: “Chi mi può portare la buona notizia del giorno dell’incontro (con Allâh), dalla gran gioia gli darò il mio mantello”. Ne fu talmente commosso che si tolse il mantello e lo mise al cantore. Un’altra volta, mentre era in viaggio, Sîdî Muḥammad ben ‘Alî Tâdilî vide Sîdî Muḥammad Ja‘far Kettâni che si lamentava perché aveva dei debiti. Quindi uscì dall’assemblea, tornò a casa, vendette una dimora e gli donò il ricavato per pagare i suoi debiti. Sono questi stati che fanno dire a Mukhtâr Sûsî, quando scrisse la biografia dello Shaykh Tâdilî, che egli dava tutto ciò che aveva e poteva rimanere senza niente.
Sîdî Muḥammad Tâdilî era di buona compagnia con tutte le persone; tutti coloro che sono stati in contatto con lui hanno visto da lui solo il bene e ciò che rende felici. Sempre Mukhtâr Sûsî, dice che questo è dovuto alla purezza della sua intenzione. Tra i buoni caratteri v’era quello di non adulare le autorità per ottenere dei favori, come facevano molti dei suoi contemporanei. Si vede una grande umiltà nel taṣawwuf dalle due lettere che ha scritto, una al figlio del suo Shaykh e l’altra a Sîdî Sa‘id Tanâni, che aveva ricevuto l’investitura per l’esercizio della tarbîyah dal loro comune Shaykh; da esse emerge chiaramente che Tâdilî non aspirava ad alcun onore nella ṭarîqah, ma si considerava un murîd qualunque che tiene particolarmente a ben comportarsi con i murîdîn. Quanto agli stati interiori di Muḥammad Tâdilî, li vediamo nei suoi scritti e nelle sue poesie che parlano del dhawq[9] (gusto) degli iniziati e delle loro ispirazioni. Senza dubbio ciò cui aspirava lo Shaykh in termini di conoscenze e doni divini, l’ha ricevuto in sovrabbondanza dopo l’incontro con il suo Shaykh; la fedeltà che ha dimostrato nei suoi confronti e l’amore che aveva per lui gli hanno fatto raggiungere l’amore per il Profeta – su di lui le benedizioni e la pace! –. Sîdî Muḥammad Tâdilî aveva sempre avuto il desiderio ardente di poter vedere il Profeta e questo lo spinse a chiedere un duâ’ (preghiera) al suo Shaykh. Grazie all’intenzione sincera e all’amore puro accompagnato da una devozione altrettanto pura, Sîdî Muḥammad Tâdilî ricevette tante grazie tra le quali possiamo citare: l’incontro con Sayyidinâ Khidr[10] che gli ha trasmesso un wird[11] e il permesso di trasmetterlo a coloro che lo chiedono. Una volta si trovava in ritiro spirituale su di una montagna e ricevette l’autorizzazione divina a uscire dal suo ritiro dal mondo per richiamare le genti ad Allâh e occuparsi della loro educazione; egli si rifiutò molte volte finché giunse il Profeta in persona che lo minacciò di rimuoverlo dal Consiglio degli shuyûkh se non avesse fatto quanto richiesto. Tra le grazie ricevute dallo Shaykh Tâdilî v’era il far parte di coloro che, in stato di veglia, erano sempre in compagnia del Profeta – su di lui le benedizioni e la pace! –, così come ricorda il sapiente Aḥmed Skirej. Lo Shaykh Tâdilî in una qaṣîdah (poema spirituale) ha menzionato l’Assemblea con la presenza del Profeta circondato dagli awliyâ’[12] dove sono citati i Poli, i malâmatiyya[13] e Sîdî Aḥmed Tijânî.
A questo proposito lo Shaykh Tâdilî dice che lo Shaykh Aḥmed Tijânî lo ha guardato come per trasmettergli il Patto. Lo Shaykh Tâdilî dice in una qaṣîdah di aver discusso con lo Shaykh Tijânî di scienze e conoscenze in modo approfondito attorno alla profezia, alla santità e altro; dopodiché ricevette l’idhn (autorizzazione) per seguire la ṭarîqah Tijâniyya e fare il commento alla sua lode al Profeta, Jawharât al-kamâl (La Perla della Perfezione). Lo Shaykh Tâdilî ha avuto tante visioni con la presenza dello Shaykh Tijânî.
Ci limitiamo a quanto sin qui descritto senza dilungarci oltre sulle numerose grazie ricevute dallo Shaykh Tâdilî.
Lo Shaykh Muḥammad Tâdilî era in contatto con alcuni shuyûkh contemporanei, come si può vedere dallo scambio di visite e di corrispondenza. Le lettere trattavano di Scienze, Conoscenza e Verità; tra loro si stabilirono pure dei legami famigliari, in particolare con Sîdî Ibrâhîm Baṣîr. Lo Shaykh Tâdilî considerava quest’ultimo e Sîdî S‘aîd Tanâni come suoi fratelli, essendo tutti e tre discepoli dello stesso shaykh. Aveva delle relazioni anche con shuyûkh appartenenti ad altri rami della ṭarîqah Darqawiyya, come Aḥmed ‘Alawy (ben ‘Aliwa); qualcuno invece era Tijânî come il sapiente Aḥmed Skirej. Quanto alla relazione con Ben ‘Aliwa, shaykh ṭarîqah in Algeria, ne testimonia una lettera a lui indirizzata, poiché era venuto in visita allo Shaykh Tâdilî a El Jadida senza trovarlo; quando lo Shaykh apprese di questo fatto si rattristò e gli scrisse una lettera e un poema in cui testimoniava dell’amore che li legava. Sîdî ‘Abd al-Latîf Belkayd, shaykh della ṭarîqah Belkaydiyya a Orano, durante un incontro con la nipote dello Shaykh Tâdilî, le ha riportato che suo padre, Sîdî Muḥammad Belkaid, ogni volta che si recava in Marocco non poteva non rendere visita allo Shaykh Tâdilî a El Jadida, e non tornava in Algeria fintantoché lo Shaykh non gli dava l’idhn (autorizzazione), inoltre egli affermava che lo Shaykh Tâdilî deteneva molti segreti.
La sua relazione con lo Shaykh Aḥmed Skirej fu talmente profonda che ognuno commentava gli scritti dell’altro e il loro legame superò il mondo fisico e si sviluppò con forza anche in quello spirituale, nonostante appartenessero a ṭuruq differenti: una Darqâwiyya e una Tijâniyya. Lo Shaykh Skirej scrisse un libro dal titolo As-siḥr al-bâbili muwwajjah ilâ al-‘arîf Tâdilî (Il fascino di Babele dedicato al conoscitore per Allâh, Tâdilî); in cui parla di una lettera ricevuta in visione notturna dallo Shaykh Tâdilî e in cui si tratta di verità molto alte a proposito dello Spirito (rûḥ). Skirej dice in un poema a proposito dello Shaykh Tâdilî:
Hai preso dimora nel mio cuore
Con sincero affetto e amore
Ho detto: ho raggiunto il mio scopo
Da colui che è (allo stesso tempo) l’amato e l’innamorato
Poi si esprime dicendo:
Trovo nella mia anima un’unione spirituale nella quale non v’è lontananza,
Perché non v’è lontananza tra di noi, si dice:
Vi temevamo e avevamo paura del vostro allontanamento
Quando nei giorni della nostra separazione, eravamo due,
E oggi v’è uno Spirito solo, non altro.
Che nobile Spirito abbracciano due corpi!
Ed è per questo che mi trovi oggi a scrivere di ciò che tu scrivi e ti trovo a scrivere di ciò che io scrivo.
Ecco che v’è unione della sorgente e accordo nella scuola.
Quando lo Shaykh Tâdilî prese la ṭarîqah[14] nelle mani dello Shaykh Ilghî, la sua devozione aumentò, così come la sua grande volontà di dominare il suo ego e pure l’amore che provava per lo Shaykh andavano aumentando. Proseguiva le sue opere di devozione notturna, le recitazioni delle lodi ad Allâh e al suo Profeta, alternando periodi di ritiro spirituale e di viaggio iniziatico presso la “Gente di Allâh” (syâḥah). Il suo unico fine era di avvicinarsi ad Allâh e perciò egli si considerò solo un discepolo fintantoché il suo shaykh era in vita, e rimase fedele anche al khalîfah[15] del suo shaykh, che era suo figlio Sîdî Muḥammad, e a coloro che avevano ricevuto la maestria[16] dallo Shaykh Sîdî ‘Alî, cioè Sîdî S‘aîd Tanâni e Sîdî Ibrâhîm Baṣîr.
Abbiamo già visto che lo Shaykh Tâdilî non aspirava alla funzione di shaykh, finché arrivò il Profeta a dargli direttamente l’idhn; da allora ricevette la khirka (investitura) da Mawlây ‘Abd al-Qâdir Jîlânî[17], dallo Shaykh Abû Ḥasan Shâdhilî[18], dallo Shaykh Sîdî Aḥmed Tijânî[19] e da altri. È lui stesso a riportare questi eventi in una lettera allo Shaykh Skirej.
Quando lo Shaykh ricevette dal Profeta l’idhn per l’educazione, la sua casa divenne una zâwiya frequentata da tanti studenti, discepoli e visitatori provenienti da tutte le parti del Marocco. La sua fama si sparse e cominciò ad avere discepoli e visitatori provenienti anche dall’Europa: Francia, Svizzera e altri paesi, quali Algeria, Tunisia e Yemen; la sua casa era sempre piena. Lo Shaykh dedicò tutta la sua vita a insegnare la Via e guidare i murîdîn, impartendo l’insegnamento del taṣawwuf e commentando soprattutto gli scritti di Ibn ‘Arabî, che citava a memoria e di cui aveva una comprensione profonda. Queste attività riempivano tutta la sua giornata: dall’alba fino a notte fonda.
Lo Shaykh Tâdilî, nonostante nel corso degli anni avesse perso la vista, l’uso delle gambe e avesse problemi di salute, continuò con dedizione in queste occupazioni e a portare avanti l’incarico ricevuto. Tanti saggi e sapienti così come tanta gente comune presero il patto da lui. Mukhtâr Sûsî dice che tornò a visitarlo nel 1945 a El Jadida e che lo trovò dimagrito, che aveva perduto la vista e, in parte, l’udito. Passarono insieme alcuni buoni momenti e vide che il suo grado spirituale era più elevato e onorato dell’ultima volta che lo aveva incontrato. Allâh gli diede un’investitura di luce e l’amore della gente. Egli ebbe molti amici che lo amarono dell’amore che i murîdîn hanno per il loro shaykh. Venivano da tutte le città del Marocco perché solo presso di lui trovavano la sensibilità per le cose spirituali di un taṣawwuf elevato, come quelle che leggevano nelle Futûḥât di Ibn ‘Arabî. La sua zâwiya era un luogo dove veniva praticato il samâ’ (canto spirituale), dove venivano recitati poemi suoi e di altri shuyûkh, dove si praticavano il dhikr e l’insegnamento della dottrina.
Anche se Sîdî Muḥammad Tâdilî era shaykh della ṭarîqah Darqâwiyya, egli aveva un’apertura verso tutte le ṭuruq; chiamava alla riunione e non alla separazione tra i murîdîn di tutte le ṭuruq per rafforzare l’amore nella fede. Egli diceva: «Abbiate cognizione, fratelli miei, di una scienza nella quale è la vostra salvezza e la nostra: non provocate scissioni tra i gruppi degli iniziati, anche se essi stessi lo facessero! Giacché la divisione è un traviamento che comporta inevitabilmente le innovazioni eterodosse (bid‘ah), che disperde i cuori e distrugge i risultati dell’amore (maḥabbah)».
E in questo senso v’è un poema dove dice:
Non dire: il mio shaykh è migliore
E non rispondere a colui che lo dice
Sii giusto e di’:
Tutti guidano verso Allâh
Non fare divisioni nella ṭarîqah
Riunisci, perché la divisione è un male
O colui che cerca la Verità!
Il migliore di noi è colui che teme Allâh.
Lo Shaykh Tâdilî non si limitava a consigliare agli altri di riunire, ma lui stesso associava la parola all’azione, infatti la sua casa era aperta a murîdîn di altre ṭuruq, così come ai propri; non impediva ai suoi murîdîn di prendere un patto di tabarrûk (benedizione) da altri shuyûkh, purché fosse fatto nei dovuti modi. Una delle azioni che lo Shaykh compiva per rinsaldare la fratellanza tra gli iniziati era quella di intervenire per sanare i loro contrasti. E non v’è migliore esempio di apertura verso le altre ṭuruq della sua relazione con il sapiente, conoscitore per Allâh, Sîdî Aḥmed Skirej che apparteneva alla ṭarîqah Tijâniyya.
E per finire riportiamo ciò che lo Shaykh Tâdilî soleva dire ai suoi discepoli: “La Via è un giardino, il Patto ne è la chiave e ognuno di noi è al proprio giardino che deve lavorare”.
Lo Shaykh Tâdilî scrisse numerosi testi su diversi temi. Si racconta che una volta in cui si trovava a Marrakech, uscito da un ritiro spirituale, fece un mucchio dei suoi libri e li bruciò.
Ecco alcuni dei titoli di ciò che resta delle opere dello Shaykh Tâdilî:
Alma’-mûl al-mabghî fî manâqibi ash-shaykh sîdî al-Ḥâjj ‘Alî as-Sûsî al-Ilghî (Considerazioni giuste sui meriti dello Shaykh Sîdî Ḥâjj ‘Alî Sûsî Ilghî)
Dîwan al-qaṣâ’id al-wijdâniyyah an-nûrâniyyah (Raccolta di poemi ispirati illuminanti)
Fatḥu lawâqiḥ al-jinân wa shammû rayâḥîni al-‘irfân (Apertura spirituale portata dai venti che impollinano il giardino del discepolo e profumi della conoscenza che ne derivano)
Al-Ḥikam (Le Saggezze)
Taquyîd ‘alâ nasaqi al-ḥikami fî sharḥi qaṣîdah al-munfarijah lil-‘arifi billâh ash-shaykh sîdî Aḥmed Skirej (Saggezze a commento della qaṣîdah al-munfarijah dello Shaykh Sîdî Aḥmed Skirej)
Khawâṭiru ṣûfiyyah (Intuizioni spirituali)
Al-maqâmâtu aṣ-ṣûfiyyah (Stazioni spirituali)
Aḥwâlu aṣ-ṣûfiyyah (Stati dei sufi)
Maqâlah fi waḥdati al-wujûd wa waḥdati ash-shuhûd (Scritto sull’unità dell’esistenza e sull’unità della manifestazione)
Risâlah nikâyat al-muntaqid wa shifâ’ al-mu‘taqid (Confutazione del critico e rimedio del credente)
Sharḥ jawharât al-kamâl (Commento alla Perla della Perfezione, ṣalâh sul Profeta dello Shaykh Aḥmed Tijânî)
Maqâlah at-talwîn fî at-tamkîn mi‘yar al-‘ârifîn (Le sfumature nel consolidamento che caratterizzano i conoscitori)
[1] ‘Alî ibn Abî Tâlib (599-661), cugino e genero del Profeta Muḥammad, avendone sposato la figlia Fâṭima. Fu il quarto Califfo dell’Islam.
[2] Ḥasan ibn ‘Alî ibn Abî Tâlib (624/625-669/670), figlio del Califfo ‘Alî.
[3] Con ḥadîth (dalla radice ḥ-d-th, “accadere”, “raccontare un avvenimento”, “riportare”, “avere o dare notizia”) s’intende un “aforisma” dalla vita del Profeta Muḥammad. Esistono celebri raccolte di aḥâdîth, classificati per catena di trasmissione (isnâd) e affidabilità, parte costitutiva della sunnah, seconda fonte della Legge islamica (sharî‘ah) dopo il Corano.
[4] Corano, XVII, 9.
[5] Corano, XXXVIII, 75.
[6] Cfr. Corano, II, 117: «Egli è il Creatore dei cieli e della terra; quando vuole una cosa, dice “Sii” ed essa è».
[7] Figlio di Mawlây ‘Arbî Darqâwî (Banû Zarwâl 1737 - Bou Brih 1823), shaykh fondatore della ṭarîqah Darqâwiyya.
[8] Ecco cosa dice Aḥmad ibn ‘Ajîba nel suo Glossario a proposito del dhikr: «Quando si parla del “ricordo” [senza precisare], è la menzione con la lingua (dhikr al-lisân) che si vuole indicare. Questa forma del rammentarsi è uno dei solidi pilastri della via verso l’unione con Allâh (ṭarîqah al-wuŝûl). Essa è l’emblema dell’iniziazione (manshûr al-walâya): colui che riceve (ulhima) il dhikr è intronizzato; colui che lo perde è revocato. Il rammentarsi dell’uomo comune si esegue per mezzo della lingua, quello dell’élite nel cuore (jinân) e quello degli eletti dell’élite nello spirito (rûḥ) e nel segreto intimo (sirr). Quest’ultima è la contemplazione, la visione diretta (shuhûd wa’l-‘iyân): ci si rammenta di Allâh in ogni occasione e in ogni cosa, vale a dire che si conosce Allâh in tutto. A questo punto, la lingua è ammutolita e l’uomo resta come sbalordito nel luogo della visione (fîmaḥall al-‘iyân)».
[9] Sensibilità nel percepire le realtà d’ordine spirituale.
[10] Personaggio misterioso che trascende le regole ordinarie, è citato nella Sura XVIII del Corano, dove trasmette profondi insegnamenti al Profeta Mosè.
[11] Gli awrâd (plurale di wird) sono recitazioni iniziatiche trasmesse da Maestro a discepolo; nel testo che segue lo Shaykh Tâdilî spiegerà che esse provocano le ispirazioni (wâridât), che a loro volta generano lo ḥâl, stato transitorio di apertura spirituale.
[12] Plurale di wâlî, santi approssimati ad Allâh.
[13] I malâmatiyya sono caratterizzati dal fatto di proteggere i loro stati interiori conducendo una vita esteriore tale da attirare il biasimo dei letteralisti.
[14] Prendere la ṭarîqah (via iniziatica) significa ricevere il patto iniziatico.
[15] Il termine khalîfa (califfo) significa successore, reggente, rappresentante.
[16] Che erano stati investiti della funzione di shaykh.
[17] ‘Abd al-Qâdir Jîlânî (Amul 1078 - Baghdad 1166), shaykh fondatore della ṭarîqah Qâdiriyya.
[18] Abû Ḥasan Shâdhilî (Ghumâra 1196 - Ḥumaythirâ 1258), shaykh fondatore della ṭarîqah Shâdhiliyya.
[19] Abû ‘Abbâs Aḥmed ibn Muḥammad Tijânî (Ain Madhi 1735 - Fes 1815), shaykh fondatore della ṭarîqah Tijâniyya.
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