Acqua di sorgente e acqua di cisterna
- 23 apr
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Lo Sheykh Tadili nella sua opera La vita tradizionale è la sincerità scrive:
“Sappiate – Allâh vi conceda misericordia! – che la santità (wilâyah), al pari della funzione di profeta, non è il frutto di un’acquisizione. La wilâyah comporta dei gradi; il suo dominio, di realtà essenziali e sottigliezze, è l’Interiore. Non v’è in essa alcun intermediario.
Quanto alla realtà del wâlî, certuni hanno detto di lui: «Allâh s’è fatto carico del suo interesse, ha cacciato lontano da lui il suo avversario (shayṭân), e gli ha dato il dominio sulla sua nafs, che non ha più alcuna presa su di lui, giacché è il testimone d’Allâh sulla Sua terra ed esegue la sunnah d’Allâh e la Sua Legge (fard)». Chiunque, conoscendo il suo stato di wâlî, non si sarà conformato alle sue parole e ai suoi atti, non avrà giustificazioni di fronte ad Allâh il giorno della Resurrezione. Ḥâtimî l’ha così definito: «Egli è colui che procede seguendo il Profeta nell’Esteriore e nell’Interiore». Ed è stato detto: «Il wâlî è colui che regge il creato per mezzo della Verità con l’intermediazione del Profeta». Sîdî Sahl ben ‘Abd-Allâh Tustarî, lo shaykh di Junayd, ha detto: «Allâh fa conoscere gli awliyâ’ solo ai loro simili o a quelli cui vuole renderli utili. Se Allâh li mostrasse alle creature, ogni musulmano avrebbe sicuramente l’obbligo di far tesoro delle loro parole e dei loro atti» e un cattivo esito sarebbe da temere per chi li disconoscesse. Ma Allâh – gloria a Lui e ch’Egli sia esaltato! – stende su di loro il Suo velo, per misericordia verso i Suoi servitori.
Gli shuyûkh kummâl (perfetti) dei sufi figurano tra gli awliyâ’. Essi reggono, nella loro conformità (alla norma), il creato con la Verità, con l’intermediazione del Profeta, giacché sono i Califfi ortodossi che prendono a modello, nelle loro parole, nei loro atti e nei loro stati (aḥwâl), i Califfi che furono tra i Compagni del Profeta – su di lui le benedizioni e la pace! – come as-Ṣiddîq, al-Fârûq, Uthmân ibn Affân e Saydinâ ‘Alî – Allâh sia soddisfatto di tutti loro! –.
Gli shuyûkh dei sufi si collocano a dei gradi (maqâmât) diversi: lo shaykh della direzione (irshâd) è quello la cui scienza giuridica (fiqh) si mescola con la scienza del taṣawwuf, di modo ch’egli non si dedica esclusivamente né al taṣawwuf, né al diritto [exoterico]. Lo shaykh dell’aspirazione (ḥimmah) istruisce con l’aspirazione. Lo shaykh degli stati interiori istruisce con gli aḥwâl. Lo shaykh dell’educazione (tarbîyah) e del viaggio (sulûk), lui, riunisce tutti i maqâmât”[3].
È la vicinanza con questi santi che va cercata da chi intenda percorrere la via del taṣawwuf.
Le turuq nelle quali è viva la presenza di shuyûkh autentici sono sorgenti: coloro che si avvicinano con la giusta attitudine potranno abbeverarsi con un’acqua vivificante, che può risvegliarli agendo nel profondo del loro essere e del loro cuore. È quest’acqua benedetta che deve essere cercata da chi aspira a una realizzazione spirituale. Quando gli shuyûkh muoiono e cessano di agire direttamente all’interno della loro tariqa, quest’azione rivitalizzante cessa di esistere. Le organizzazioni che avevano diretto possono conservare parte dell’acqua ricevuta all’interno di cisterne, che per un certo periodo potrà ancora dissetare chi andrà ad abbeverarsi ad esse; col passare del tempo però l’acqua – se non più purificata dallo spirito – diventerà stagnante e intossicherà, o addirittura avvelenerà, coloro che fiduciosi la berranno.
A questo proposito può essere interessante riflettere sul seguente racconto:
“Mukhtâr Sûsî chiese a Sîdî Muḥammad Tâdilî come incontrò il suo shaykh murabbi (dell’educazione spirituale) ed egli gli riferì che era nella città di Settat quando ricevette un’ispirazione: partì allora per Essaouira dove incontrò alcuni murîdîn dello Shaykh Ilghî e rimase meravigliato dalla loro educazione e dai loro stati signoriali. Egli aveva trovato in loro il carattere di cui leggeva nei libri a proposito dei sufi. Cominciò a spendere tutto ciò che possedeva per loro, e quando terminò il denaro vendette persino i suoi vestiti per soddisfare i loro bisogni. Il loro comportamento generò in lui un ardente desiderio di conoscere lo shaykh che li aveva condotti a questi stati, che li avevano allontanati da tutto ciò che non è Allâh. Decise quindi di partire con loro per incontrare lo Shaykh. Aveva lasciato il suo abito cittadino e indossato un vestito rappezzato come i loro. Partì con l’intenzione di separarsi dal mondo e orientarsi verso Allâh presso la zâwiya dello Shaykh Ilghî. Tanto forte era il desiderio di raggiungere il suo scopo che si incamminò a piedi, nonostante la sua debole corporatura. Egli racconta che poco prima di raggiungere lo Shaykh passò la notte presso alcuni fuqarâ’ ed ebbe una visione di un uomo che aveva un maqâm (grado) molto elevato con una luce maestosa. Attorno a lui v’era molta gente. Quando fu accolto dallo Shaykh, lo riconobbe come l’uomo della visione. L’accoglienza fu molto festosa. Questo incontro avvenne nel 1899”[1].
Da questo aneddoto emerge come un modo possibile per valutare dall’esterno la vitalità spirituale di un’organizzazione iniziatica e del Maestro che la dirige sia quello di guardare alle qualità e alla luce presente nei suoi membri[2]. Ora, come ci insegna lo stesso shaykh Tâdilî: “La nobiltà di carattere, è tutto il tasawwuf. [...] Essa presuppone la rinuncia al desiderio di comandare tra i fuqarâ’, la rinuncia alla brama dell’ostentazione e degli onori. Il faqîr non dovrà vantarsi di superare i fuqarâ’ con la sua scienza (‘ilm), la sua conoscenza (m‘arifah) o la sua ricchezza, ma penserà per prima cosa al suo ritardo nel liberarsi dalle passioni della sua anima e a precedere (i suoi fratelli) nella ricerca di tutto ciò che può soddisfarli”[3].
Quando i fuqarâ’ manifestano queste caratteristiche, allora si può supporre che facciano parte di una tariqa vivente, che custodisce e trasmette l’influenza spirituale simbolizzata dall’acqua di sorgente di cui parlavamo nel precedente post. Quando invece queste qualità non sono presenti, allora, probabilmente, ci si trova in presenza dell’acqua di cisterna.
I fuqarâ’ riflettono la luce e l’armonia dello sheikh, che a sua volta la riceve dal Profeta (su di lui il saluto e la pace) o dagli shuyukh che sono nel mondo celeste e questa luce, per chi sappia coglierla, traspare dai loro occhi e dai loro volti.
Per chi invece faccia già parte di una tariqa vi sono ulteriori segni che possono aiutare il discernimento. Se costui vede crescere la sua aspirazione, il suo desiderio di compiere la propria attività rituale, il gusto per le cose spirituali, la gioia e la pace nel cuore e l’amore spirituale per il Padre eterno, il Profeta (SAS), il proprio sheikh e i fratelli, allora significa che l’influenza spirituale è presente e attiva. Se questo processo - a volte molto lungo e non necessariamente lineare - invece non è presente in lui e nemmeno nei fratelli che lo circondano, allora sarà legittimo che si ponga delle questioni sulla via intrapresa.
[1] Vedasi il post: Presentazione dello Shaykh Muhammad Tâdilî.
[2] Questa affermazione richiama alla mente il seguente passaggio dei vangeli: “15 Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 17 Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18 un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19 Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 20 Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere”. (Matteo 7,15-20)
[3] Vedasi il post: La vita tradizionale è la sincerità.
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