top of page

Alcune riflessioni sulla scrittura

  • 12 mar
  • Tempo di lettura: 8 min

Albano Martín De La Scala, “Lettera e Spirito”, dicembre 2018.


René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[1], scrive: «Il perio­do attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[2]; le sue condizioni sono tali che, finché persisteranno, la conoscenza ini­ziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha ces­sato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame co­sciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro seconda­rio, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la leg­ge delle “azioni e reazioni concordanti”[3], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[4]. Questa di­rezione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orienta­zione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[5]».

 

Nel presente numero della rivista, così come in quello precedente, viene messa in risalto l’importanza insita nel verbo, la sua origine atemporale nel Logos e la sua forza creatrice. La radice della parola è elevata e il linguaggio può essere una scala che innalza fino a questa radice. Vanno proprio in questa direzione le enunciazioni e le formule tradizionali, nelle quali la parola divina viene ripetuta, spesso in maniera ritmata. Quanto diciamo si applica non soltanto alle lingue sacre, ma alle lingue tutte, che mantengono comunque una certa qual primordialità e potenza originaria[6]. La lingua dà forma ai pensieri e i pensieri determinano le azioni; ne consegue che chi non sa parlare non sa neanche ragionare e chi parla impropriamente, o peggio si lascia andare a maldicenza, calunnia e falsa testimonianza, finisce inesorabilmente per innescare comportamenti deplorevoli[7].

Ogni atto porta con sé delle conseguenze, e l’atto della parola può avere ripercussioni inimmaginabili sia positive sia negative, data la grande potenza che lo caratterizza. Quanto stiamo affermando della parola pronunciata può essere esteso a maggior ragione alla parola scritta[8]. Chi scrive è come se testimoniasse, e il peso di quest’azione è ancora maggiore rispetto a quello di chi si esprime solo verbalmente, a causa della fissità e del prolungarsi nel tempo di tale azione[9].

Tutto ciò dovrebbe far riflettere sulla potenza della parola e sull’enorme responsabilità che grava chi la pronuncia, segnatamente se concerne argomenti tradizionali. In quest’ambito ciò che è scritto può trasformarsi, qualora dia indicazioni corrette, in pietra miliare che aiuta nel cammino verso la verità, o in pietra d’inciampo nel caso sia erroneo. Questa responsabilità aumenta proporzionalmente con il credito goduto da colui che scrive, così chi ha scritto o detto tante cose giuste potrà facilmente indurre molte persone in gravi errori con una sola affermazione falsa o una formulazione scorretta. Non a caso i peggiori danni alla tradizione sono stati causati da teologi non illuminati dall’intelletto.

Che dire allora di un mondo come il nostro, dove tutti sono spinti sin dall’infanzia a esprimersi e manifestare la propria opinione, e dove la diffusione della rete e del digitale ha portato la divulgazione dei testi scritti a livelli mai visti prima. In questo contesto, la tendenza diffusa è inevitabilmente quella di dare a tutti i libri più o meno lo stesso valore, appiattito verso il basso, senza considerazione per il diverso livello degli scritti, ciascuno dei quali richiede una giusta attitudine per trarne profitto. Occorre distinguere se un libro è stato scritto in una lingua sacra o profana, se è d’origine divina o umana, se si tratta di libro rivelato o di un suo commento[10], se è stato scritto da un santo e quindi discendeva dal cuore o da un sapiente e proveniva dal cervello, oggigiorno se è un manoscritto o un libro a stampa o un testo digitale[11].

Come indicato nella lettera scritta da Dante Alighieri a Cangrande[12], per trarre beneficio da una lettura occorre avere una disposizione attenta, docile, umile e ricettiva. Chi intende ricevere un insegnamento tradizionale dovrebbe avere un’attitudine di venerazione e profondo rispetto verso colui che trasmette quest’insegnamento e del pari verso i testi dai quali desidera apprendere. Le migliori condizioni per evitare un appiattimento verso il basso e migliorare l’approfondimento della lettura si trovano in una biblioteca essenziale, non certo sovradimensionata. In ogni caso la lettura di testi tradizionali andrebbe compiuta con l’aiuto di chi sia in grado di contestualizzarli, pena il grosso rischio di voler applicare quanto letto a situazioni che ben poco hanno a che vedere con quelle in cui vive colui che legge. Ad esempio, nell’affrontare testi con racconti sulla vita dei santi delle diverse forme tradizionali il rischio suddetto consiste nell’immedesimarsi in queste figure di altissimo livello spirituale, dimenticando che la propria condizione è assai differente. Una volta messi di fronte alla dura realtà dei fatti e aver scoperto che la Via è ben diversa rispetto a quanto ci si era immaginati sarà inevitabile cadere nello sconforto. In quest’ottica anche la lettura di testi autenticamente tradizionali rischia di aumentare la confusione e, per certuni, sarebbe molto meglio se non fosse mai stata fatta[13].

Quel rischio è presente in misura ancor maggiore quando i testi che trattano argomenti tradizionali esprimono opinioni e interpretazioni in­dividuali di chi, senza aver ricevuto alcun mandato o autorizzazione in tal senso, si sente di esprimere, magari in modo stilisticamente inappuntabile, concetti e costruzioni dialettiche che trovano la loro origine nel mentale e non in ciò che lo trascende. Costoro, o si illudono d’aver ricevuto un mandato, forzando con la loro fantasia quanto avvenuto nella loro vita[14] (in alcuni casi estendendo un’autorizzazione ben oltre i limiti che la contraddistinguono), oppure ignorano totalmente le leggi tradizionali che regolano l’“autorizzazione” in ambito iniziatico e immaginano magari di poter emulare autorità autentiche quali René Guénon. In realtà anche chi semplicemente traduce testi iniziatici senza aver ricevuto un “mandato” in tal senso, li profana e alimenta il caos. Solo in presenza di un’“autorizzazione” lo spirito potrà essere veicolato, in caso contrario non resterà che lettera morta, indipendentemente dalle capacità tecniche del traduttore.

La funzione regale è quella che porta a ordinare il regno attraverso l’e­manazione di editti e leggi per mandato divino, la necessità di un’“autorizzazione” per poter esercitare una qualunque arte o mestiere del passato è un fatto acclarato, e analogamente il vate, così come il rishi[15] indù è interprete degli dei e riporta, con un linguaggio poetico che è quasi un canto, ciò che proviene dallo spirito che ha ascoltato e dal quale ha ricevuto il mandato di trasmettere quanto ricevuto, dandogli la propria colorazione, ma senza aggiungerci null’altro. L’ispirazione delle Muse è ben altro rispetto a una semplice apertura psicologica[16].

Siamo consapevoli che per un lettore alla ricerca della verità non è sempre facile saper distinguere le due tipologie di scritti di cui parliamo, tuttavia certi aspetti di profondità, vitalità, assentimento interiore, chiarezza e coerenza possono aiutare a percepire il profumo dei testi scritti da chi agisce non di propria iniziativa individuale bensì chiamatovi dall’“autorizzazione” ricevuta.



[1] R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[2] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[3] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[4] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceve­rete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[5] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’intenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[6] La portata fondante attribuita nell’antichità al “trivio” per l’acquisizione di tutte le altre scienze dimostra il valore intrinseco della parola; in esso v’è inoltre la chiave che permette a chi ne abbia la funzione di esporre nel modo migliore la dottrina.

[7] L’utilizzo scorretto della parola è una delle cause più frequenti che portano alla perdita di doni e aperture spirituali a favore di chi questo biasimo o disprezzo ha subito. Le leggi che governano questo tipo di eventi sono uno dei motivi “tecnici” che porta i Mâlamatî a ricercare la riprovazione della gente.

[8] Sull’importanza della parola e della scrittura in ambito massonico è interes­sante riportare quanto scriveve R. Guénon in una nota del suo articolo La Science des Lettres, in Le Voile d’Isis, n. 134, febbraio 1931 (cf. Symboles fon­damentaux de la Science sacrée, Gallimard, Paris, 1962, cap. VI): «È almeno curioso notare che il simbolismo massonico stesso, nel quale la “Parola perdu­ta” e la sua ricerca giocano d’altronde un importante ruolo, caratterizza i gradi iniziatici con espressioni manifestamente tratte dalla “scienza delle lettere”: compitare, leggere, scrivere. Il “Maestro”, che ha tra i suoi attributi la “tavola da disegno”, se fosse veramente quello che dev’essere, sarebbe capace, non soltanto di leggere, ma anche di scrivere nel “Libro della Vita”, ossia di coope­rare coscientemente alla realizzazione del piano del “Grande Architetto del­l’Universo”; si può giudicare con ciò la distanza che separa il possesso nomi­nale di questo grado dal suo possesso effettivo!».

[9] Secondo una diversa prospettiva, proprio questa fissità toglie vitalità e limi­ta l’efficacia dell’insegnamento tradizionale scritto rispetto alle possibilità of­ferte dall’esposizione orale.

[10] Cf. quanto scrive R. Guénon a proposito della Shruti e della Smriti indù, ad esempio nel primo capitolo de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta.

[11] Prima della diffusione della tipografia i libri, scritti o copiati a mano, ave­vano un grande valore anche economico ed era quindi normale che li si trattas­se con una cura e un rispetto ben differenti rispetto a quelli odierni. Nell’anti­chità, ad esempio, era abituale dare i libri in dote alle figlie e si narra di perso­ne che, per acquistare libri, vendettero addirittura il proprio podere (emblema­tico il caso del poeta quattrocentesco Antonio Beccadelli detto il Panoromita).

[12] Cf. Lettera e Spirito n. 4.

[13] Altri casi in cui la lettura di testi tradizionali può creare confusione ed essere controproducente riguardano lettere con contenti personali o scritti che racchiudono suggerimenti rituali e metodologici appropriati solo a un certo contesto; qui è evidente il pericolo insito nell’appropriarsi di tali indicazioni o suggerimenti da parte di esseri che si trovano in condizioni diverse.

[14] Per una succosa parodia di situazioni in cui la realtà viene modificata in tal senso rimandiamo il lettore all’episodio della presunta iniziazione cavalleresca di Don Chisciotte (cf. Lettera e Spirito n. 4).

[15] «… la parola sanscrita rishi, che significa propriamente “veggente”, e che ha il suo esatto equivalente nell’ebraico roèh, antica designazione dei profeti, sostituita ulteriormente dalla parola nabi (ossia “colui che parla per ispirazio­ne”)» (R. Guénon, Kundalinî-Yoga, in Le Voile d’Isis, nn. 167 e 168, novem­bre e dicembre 1933, cf. Études sur l’Hindouisme, Éditions Traditionnelles, Paris, 1968, cap. III).

[16] Esiodo, uno dei più grandi poeti dell’antica Grecia, nel proemio della sua opera Teogonia narra di come ricevette dalle Muse l’investitura poetica e il compito privilegiato di dire la verità, in questi termini (Prologo, 40-65):

A Esiodo un giorno le Muse divine

insegnarono il canto, ero un pastore,

e pascolavo il gregge sotto il monte

santissimo Elicona: le fanciulle,

che di pelle caprina portano il manto,

d’un tratto mi parlarono così:

“Pastori di campagna, brutta razza,

che non sa altro che empirsi la pancia,

noi si sanno cantare storie finte

che risuonano uguali a quelle vere,

e si sanno contare storie vere,

quando si vuole”. Così parlando

le fanciulle di lingua molto sciolta,

nate da Zeus grandissimo signore,

d’alloro rigoglioso un bel bastone

mi diedero, mirabilmente còlto,

e mi ispirarono un canto divino,

perché narrassi le cose future.

Mi invitarono al canto della stirpe

dei beati immortali sempiterni

levando un inno alle Muse divine

in principio del canto, in fine e sempre.

Post recenti

Mostra tutti
Alcune questioni fondamentali

Albano Martín De La Scala, “Lettera e Spirito”, dicembre 2017. René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo [1] , scrive: « Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione [2] ; l

 
 
 
Sull’orizzonte intellettuale

Albano Martín De La Scala, “Lettera e Spirito”, dicembre 2015. René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo [1] , scrive: « Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione [2] ; l

 
 
 
Sulla preparazione teorica

Albano Martín De La Scala, “Lettera e Spirito”, giugno 2015. René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo [1] , scrive: « Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione [2] ; le

 
 
 

Commenti


bottom of page