Via iniziatica e via mistica
- 27 giu
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Aggiornamento: 28 giu
Nell’ultimo post pubblicato è emerso come le correnti antitradizionali spingono l’umanità verso un’apertura entusiasta e indiscriminata, senza preoccuparsi di valutare la reale natura di ciò che si incontra. In quest’ottica è particolarmente significativa la deformazione linguistica – non certo casuale – che porta ad assimilare i termini mistico e iniziatico.
Sull’argomento vi presentiamo un articolo di René Guénon che approfondisce il tema.
Via iniziatica e via mistica *
La confusione tra il dominio esoterico e iniziatico e il dominio mistico, o, se si preferisce, tra i punti di vista che vi corrispondono rispettivamente, è una di quelle che si commette più frequentemente oggi, e questo, sembra, in un modo che non è sempre interamente disinteressato; v’è in ciò, del resto, un atteggiamento abbastanza nuovo, o che almeno, in certi ambienti, si è molto generalizzato in questi ultimi anni, ed è per questo che ci pare necessario incominciare con lo spiegarci chiaramente su tale punto. È ora di moda, se così si può dire, qualificare come “mistiche” le stesse dottrine orientali, ivi comprese quelle in cui non v’è neppure l’ombra di un’apparenza esteriore che possa, per coloro che non vanno oltre, dar luogo a una tale qualifica; l’origine di questa falsa interpretazione è naturalmente imputabile a certi orientalisti, che possono d’altronde non esservi stati indotti sulle prime da un secondo fine chiaramente definito, ma soltanto dalla loro incomprensione e dal partito preso più o meno inconsapevole, che è loro abituale, di ricondurre tutto a dei punti di vista occidentali[1]. Ma altri sono venuti in seguito, che si sono impadroniti di quest’assimilazione abusiva, e che, vedendo il vantaggio che potevano trarne per i propri fini, si sforzano di propagarne l’idea al di fuori del mondo speciale, e tutto sommato abbastanza circoscritto, degli orientalisti e della loro clientela; e questo è più grave, non soltanto perché è soprattutto così che tale confusione si diffonde sempre di più, ma anche perché non è difficile scorgervi dei segni non equivoci di un tentativo “annessionista” contro il quale è importante stare in guardia. Infatti, coloro ai quali alludiamo qui sono quelli che si possono considerare come i negatori più “seri” dell’esoterismo, vogliamo dire con ciò gli exoteristi religiosi che rifiutano d’ammettere alcunché oltre il proprio dominio, ma che ritengono probabilmente quest’assimilazione o quest’“annessione” più abile di una brutale negazione; e, a giudicare dal modo in cui alcuni di loro s’impegnano a travestire da “misticismo” le dottrine più chiaramente iniziatiche, sembrerebbe davvero che questo compito rivesta ai loro occhi un carattere particolarmente urgente[2]. Eppure, a dire il vero, vi sarebbe, in questo stesso ambito religioso cui appartiene il misticismo, qualcosa che, sotto certi aspetti, potrebbe prestarsi meglio a un accostamento, o piuttosto a un’apparenza d’accostamento: è ciò che si designa con il termine “ascetica”, giacché v’è in ciò perlomeno un metodo “attivo”, invece dell’assenza di metodo e della “passività” che caratterizzano il misticismo e sulle quali dovremo ritornare tra poco[3]; ma inutile dire che queste similitudini sono del tutto esteriori, e, d’altra parte, questa “ascetica” ha forse solo scopi troppo visibilmente limitati per poter essere vantaggiosamente utilizzata in quel modo, mentre, con il misticismo, non si sa mai molto esattamente dove si va, e proprio tale vaghezza è sicuramente propizia alle confusioni. Soltanto, coloro che si dedicano a tale lavoro con deliberato proposito, come pure quelli che li seguono più o meno inconsciamente, non paiono rendersi conto che, in tutto ciò che ha attinenza con l’iniziazione, non v’è in realtà niente di vago né di nebuloso, ma si tratta al contrario di cose molto precise e molto “positive”; e, in realtà, l’iniziazione è, per sua stessa natura, propriamente incompatibile con il misticismo.
Tale incompatibilità non risulta, d’altronde, da ciò che la stessa parola “misticismo” implica originariamente, che è anzi manifestamente apparentato all’antica designazione dei “misteri”, vale a dire di qualcosa che appartiene al contrario all’ordine iniziatico; ma questa parola è una di quelle per le quali, lungi dal potersi riferire unicamente all’etimologia, si è rigorosamente obbligati, se si vuole farsi comprendere, a tener conto del senso che è stato loro imposto dall’uso, e che è, in realtà, il solo che gli si attribuisce attualmente. Ora ciascuno sa ciò che s’intende con “misticismo”, ormai già da molti secoli, cosicché non è più possibile servirsi di questo termine per designare qualcos’altro; ed è questo che, noi diciamo, non ha e non può avere niente in comune con l’iniziazione, in primo luogo perché questo misticismo rientra esclusivamente nel dominio religioso, vale a dire exoterico, e poi perché la via mistica differisce dalla via iniziatica in tutti i suoi caratteri essenziali, e questa differenza è tale che ne risulta tra di loro una vera incompatibilità. Precisiamo d’altronde che si tratta in ciò di un’incompatibilità di fatto piuttosto che di principio, nel senso che non si tratta in nessun modo da parte nostra di negare il valore almeno relativo del misticismo, né di contestare il posto che gli può legittimamente competere in certe forme tradizionali; la via iniziatica e la via mistica possono dunque perfettamente coesistere[4], ma quel che vogliamo dire, è che è impossibile che qualcuno segua al tempo stesso l’una e l’altra, e questo senza neppure pronunciarsi sullo scopo al quale possono condurre, benché del resto si possa già intuire, in ragione della profonda differenza dei domini cui si riferiscono, che tale scopo non può essere lo stesso in realtà.
Abbiamo detto che la confusione che fa vedere a certuni del misticismo là dove non ve n’è la minima traccia ha la sua origine nella tendenza a ridurre tutto ai punti di vista occidentali; si è che, infatti, il misticismo propriamente detto è qualcosa d’esclusivamente occidentale e, in fondo, di specificamente cristiano. A tal proposito, abbiamo avuto occasione di fare un’osservazione che ci pare abbastanza curiosa perché la riportiamo qui: in un libro di cui abbiamo già parlato altrove[5], il filosofo Bergson, contrapponendo quelle che egli chiama la “religione statica” e la “religione dinamica”, vede la più alta espressione di quest’ultima nel misticismo, che d’altronde non capisce molto, e che ammira soprattutto per ciò che potremmo trovarvi al contrario di vago e persino di difettoso sotto certi aspetti; ma ciò che può sembrare veramente strano da parte di un “non cristiano”, è che, per lui, il “misticismo completo”, per quanto poco soddisfacente sia l’idea che se ne fa, è nondimeno quello dei mistici cristiani. In verità, per una conseguenza necessaria della poca stima che prova per la “religione statica”, egli dimentica un po’ troppo che questi ultimi sono cristiani ancor prima d’essere mistici, o almeno, per giustificarli d’essere cristiani, pone indebitamente il misticismo all’origine stessa del Cristianesimo; e, per stabilire a tale riguardo una sorta di continuità tra quest’ultimo e l’Ebraismo, arriva al punto di trasformare in “mistici” i profeti ebraici; evidentemente, del carattere della missione dei profeti e della natura della loro ispirazione, non ha la minima idea[6]. Comunque sia, se il misticismo cristiano, per quanto deformato o impoverito ne sia il suo concetto, è così ai suoi occhi il tipo stesso del misticismo, la ragione ne è, in fondo, facilissima da capire: si è che, in realtà e rigorosamente parlando, non esiste altro misticismo che quello cristiano; e anche i mistici che si chiamano “indipendenti”, e che noi diremmo più volentieri “aberranti”, s’ispirano in realtà, fosse pure a loro insaputa, soltanto a idee cristiane snaturate e più o meno interamente svuotate del loro contenuto originario. Ma anche questo, come tante altre cose, sfugge al nostro filosofo, che si sforza di scoprire, anteriormente al Cristianesimo, degli «abbozzi del futuro misticismo», mentre si tratta di cose totalmente diverse; vi sono segnatamente, sull’India, alcune pagine che testimoniano un’inaudita incomprensione. Vi sono anche i misteri greci, e qui l’accostamento, fondato sulla parentela etimologica che segnalavamo sopra, si riduce insomma a un bruttissimo gioco di parole; del resto, Bergson è obbligato a confessare lui stesso che «la maggior parte dei misteri non ebbe niente di mistico»; ma allora perché parlarne sotto questo vocabolo? Quanto a ciò che furono quei misteri, egli se ne fa la rappresentazione più “profana” possibile; ignorando tutto dell’iniziazione, come potrebbe capire che vi fu lì, così come nell’India, qualcosa che in primo luogo non era per niente d’ordine religioso, e che poi andava incomparabilmente più lontano del suo “misticismo”, e anche, bisogna pur dirlo, del misticismo autentico, che, per il fatto stesso che si confina nel dominio puramente exoterico, ha necessariamente anch’esso le sue limitazioni[7]?
Non ci proponiamo affatto al presente d’esporre in dettaglio e in modo completo tutte le differenze che separano in realtà i due punti di vista iniziatico e mistico, giacché questo solo richiederebbe un intero volume; la nostra intenzione è soprattutto d’insistere qui sulla differenza in virtù della quale l’iniziazione, nel suo stesso processo, presenta dei caratteri completamente diversi da quelli del misticismo, se non addirittura opposti, il che basta a mostrare che di fatto si tratta di due “vie” non soltanto distinte, ma incompatibili nel senso da noi già precisato. Ciò che si dice il più delle volte a questo riguardo, è che il misticismo è “passivo”, mentre l’iniziazione è “attiva”; ciò è d’altronde verissimo, a condizione di determinare bene l’accezione nella quale si deve intenderla esattamente. Ciò significa soprattutto che, nel caso del misticismo, l’individuo si limita a ricevere semplicemente quel che si presenta a lui, e come si presenta, senza intervenire per nulla; e, diciamolo subito, è in ciò che consiste per lui il principale pericolo, per il fatto che è così “aperto” a tutte le influenze, di qualunque ordine siano, e che per giunta, in generale e salvo rare eccezioni, non ha la preparazione dottrinale che sarebbe necessaria per permettergli di stabilire tra di esse una qualsivoglia discriminazione[8]. Nel caso dell’iniziazione, al contrario, è all’individuo che compete l’iniziativa di una “realizzazione” che perseguirà metodicamente, sotto un controllo rigoroso e incessante, e che dovrà normalmente condurre al superamento delle stesse possibilità dell’individuo come tale; è indispensabile aggiungere che tale iniziativa non basta, giacché è ben evidente che l’individuo non può superare se stesso con i propri mezzi, ma, ed è ciò che c’importa per il momento, è essa a costituire obbligatoriamente il punto di partenza di qualsiasi “realizzazione” per l’iniziato, mentre il mistico non ne ha nessuna, anche per cose che non vanno per niente al di là del dominio delle possibilità individuali. Questa distinzione può già parere abbastanza netta, poiché mostra bene che non si possono seguire al tempo stesso le due vie iniziatica e mistica, purtuttavia non può bastare; potremmo anzi dire che essa corrisponde ancora soltanto all’aspetto più “exoterico” della questione, e, in ogni caso, è troppo incompleta per quanto riguarda l’iniziazione, di cui è lontanissima dall’includere tutte le condizioni necessarie; ma, prima d’affrontare lo studio di tali condizioni, ci restano ancora alcune confusioni da dissipare.
* R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. I: Voie initiatique et voie mystique.
[1] È così che, particolarmente da quando l’orientalista inglese Nicholson si è azzardato a tradurre taçawwuf con mysticism, si è convenuto in Occidente che l’esoterismo islamico è qualcosa d’essenzialmente “mistico”; anzi, in questo caso, non si parla più del tutto d’esoterismo, ma unicamente di misticismo, vale a dire si è arrivati a una vera e propria sostituzione di punti di vista. Il più bello è che, su questioni di quest’ordine, l’opinione degli orientalisti, che conoscono queste cose solo attraverso i libri, conta manifestamente molto di più, agli occhi dell’immensa maggioranza degli Occidentali, del parere di coloro che ne hanno una conoscenza diretta ed effettiva!
[2] Altri si sforzano pure di travestire le dottrine orientali da “filosofia”, ma questa falsa assimilazione è forse, in fondo, meno pericolosa dell’altra, in considerazione della stretta limitazione dello stesso punto di vista filosofico; costoro non riescono d’altronde molto, per il modo speciale in cui presentano tali dottrine, se non a ridurle a qualcosa di totalmente privo d’interesse, e quanto sprigiona dai loro lavori è soprattutto una prodigiosa impressione di “noia”!
[3] Possiamo citare, come esempio d’“ascetica”, gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio da Loyola, il cui spirito è incontestabilmente quanto v’è di meno mistico, e per i quali è almeno verosimile che egli si sia ispirato in parte a certi metodi iniziatici, d’origine islamica, ma, beninteso, applicandoli a uno scopo interamente diverso.
[4] Potrebbe essere interessante, a questo riguardo, fare un confronto con la “via secca” e la “via umida” degli alchimisti, ma ciò esulerebbe dal quadro del presente studio.
[5] Les deux sources de la morale et de la religion. – Vedere sull’argomento Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, cap. XXXIII.
[6] In realtà, si può trovare un misticismo ebraico propriamente detto soltanto nello Hassidismo, vale a dire in un’epoca molto recente.
[7] Il sig. Alfred Loisy ha voluto rispondere a Bergson e sostenere contro di lui che v’è soltanto un’unica “fonte” della morale e della religione; nella sua qualità di specialista di “storia delle religioni”, egli preferisce le teorie di Frazer a quelle di Durkheim, e anche l’idea di un’“evoluzione” continua a quella di un’“evoluzione” per brusche mutazioni; ai nostri occhi, tutto ciò si equivale; ma v’è almeno un punto sul quale dobbiamo dargli ragione, e lo deve certamente alla sua educazione ecclesiastica: grazie a quest’ultima, egli conosce i mistici molto meglio di Bergson, e fa notare che essi non hanno mai avuto il minimo sospetto di qualcosa che assomiglia anche solo lontanamente allo “slancio vitale”; evidentemente, Bergson ha voluto farne dei “bergsoniani” ante litteram, il che non è molto conforme alla semplice verità storica; e il sig. Loisy si stupisce anche giustamente di vedere Giovanna d’Arco annoverata tra i mistici. – Segnaliamo di sfuggita, giacché val la pena di registrare anche questo, che il suo libro si apre con un’ammissione assai divertente: «L’autore del presente opuscolo, egli dichiara, non si riconosce particolari inclinazioni per le questioni d’ordine puramente speculativo». Ecco almeno una franchezza abbastanza lodevole; e, poiché è lui stesso che lo dice, e in modo del tutto spontaneo, gli crediamo volentieri sulla parola!
[8] È anche questo carattere di “passività” che spiega, benché non li giustifichi affatto, i moderni errori che tendono a confondere i mistici, vuoi con i “medium” e altri “sensitivi”, nel senso attribuito dagli “psichisti” a tale parola, vuoi persino con dei semplici malati.
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