top of page

Al-‘Arabî ad-Darqâwî - lettera XXV

  • ilsufismo
  • 21 nov
  • Tempo di lettura: 2 min

Mulay Muhammad Al-‘Arabî ad-Darqâwî al-Hasani[1] (1737 ca.-1823), noto maestro spirituale (sheikh) marocchino, trascorse parte della sua vita a Fez, dove nel 1768 incontrò il suo maestro, Scheikh ‘Alî al-Jamal, ricevendone il patto iniziatico seguito da due anni di profondi insegna­menti. Inviato dopo questo periodo presso la sua tribù natale, i Beni Zarwâl, a Bou Brih, sulle colline a nord-est di Fez, qui fondò la confraternita iniziatica (tariqa) che prese da lui il nome di Darqâwyyah e insediò la sua residenza e luogo di riunione della confraternita (zawiya), nella quale morì e dove si trova tuttora un mausoleo con la sua tomba. L’impulso che diede al sufismo fu di grande importanza: i suoi discepoli si diffusero in tutta l’Africa settentrionale, in Siria, nell’Arabia meridionale e persino a Giava. Degli insegnamenti di questo maestro ci sono giunte circa trecento lettere tramandate dai suoi discepoli, di seguito proponiamo la numero XXV che sintetizza bene il suo messaggio.


 

Lettera XXV


An-nafs [l’anima, la psiche] e ar-rûh [lo Spirito] sono due nomi che designano un’unica e medesima cosa, fatta della stessa essenza della luce, ma Dio ne sa infinitamente di più. Essa si sdoppia, in virtù di due qualità opposte, ossia la purezza e il turbamento, poiché la nafs, finché sussiste, è turbata, e il suo nome deriva da questa caratteristica; ma se il turbamento scompare ed essa diviene pura sostanza, è realmente chiamata rûh. Vediamo del resto che l’anima e lo Spirito s’attraggono vicendevolmente, giacché sono vicini l’una all’altro, e ambedue sono sin dal principio dotati di bellezza, virtù ed equilibrio. Ora, se Dio vuole santificare un suo servo, sposa in lui Spirito e anima, ossia fa in modo che l’uno prenda possesso dell’altra, la qual cosa accade quando l’anima ritorna dalle passioni che l’avevano allontanata dalla sua vera origine e dalla sua patria, strappandola alla sua virtù, alla sua bontà, alla sua bellezza, alla sua nobiltà, alla sua superiorità ed elevazione e a tutto ciò di cui l’aveva colmata il suo Signore, fino a negare la sua origine e a non poterla più approfondire. Ma se non permane in questo stato, se lo lascia, se ritorna totalmente alla sua origine, lo Spirito la trasporta e le trasmette le verità e i segreti che Dio gli ispira, e che non hanno fine. Proprio nella misura in cui l’anima abbandona le passioni, si rafforza l’effusione dello Spirito da parte del suo Signore, in guisa che le nozze dello Spirito e dell’anima si moltiplicano, al pari dei loro frutti, ossia le scienze infuse e le azioni che ne derivano. Il godimento di ciò non può che indurre l’uomo a contrastare l’anima [passionale] e a domarla, malgrado le sue repulse, sgarberie ed esecrazioni, giacché un comportamento simile gli è facilitato da tutto quel che vi vede di “luci”, di “segreti”, di “profitti” spirituali.


[1] Al-Hasani, nome distintivo attribuito ai discendenti del profeta Maometto attraverso suo nipote Al-Hasan ibn ‘Alî.


Estratto delle Lettere (cf. Al-‘Arabî ad-Darqâwî, Lettere di un Maestro Sufi, a cura di T.Burckhardt, SE, Milano, 1997).

Commenti


bottom of page