Vivere il nostro tempo
- ilsufismo
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Giorgio Manara, Rivista di studi tradizionali, aprile-giugno 1962
Che cosa significa vivere il nostro tempo? Intendendo questa espressione nel suo significato più letterale ed immediato, non vi è dubbio che ogni essere soggetto alla condizione temporale vive il proprio tempo, cioè
compie le proprie possibilità corrispondenti momento per momento a quella condizione.
Quando però si parla di vivere il nostro tempo come di una norma a cui si può anche sfuggire, il significato è un altro. Si intende allora solitamente affermare che non bisogna lasciarsi fuorviare da residui non più validi del passato, per dedicarsi alla realtà del presente. Ciò è indubbiamente giustificato in quanto molti contenuti ereditati dal passato (come abitudini, concezioni, pseudo-tradizioni a sfondo sentimentale o moralistico) sono realmente privi di validità, o fin dall’origine, o anche perché, molto spesso, hanno perso il loro significato più profondo e legittimo, riducendosi da tempo a vere e proprie superstizioni. Ma scrollarsi di dosso quanto vi sia di non valido o di superstizioso in residui di epoche passate non basta; ed anzi, a dire il vero, questi residui sono assai meno pericolosi di quelle suggestioni che hanno il loro momento di maggior vigore nel presente o addirittura nel futuro, e comportano una prospettiva falsata della stessa realtà attuale, impedendo di trarre dal nostro tempo quei frutti che sarebbero altrimenti possibili.
Vivere il nostro tempo, quando questa espressione assume il senso di una norma dell’azione. comporta dunque anche il discernimento delle correnti che agiscono attualmente sul proprio ambiente, e la lotta contro quanto vi è di ingannevole in esse, nella misura delle proprie capacità. Ed infatti, a ben guardare, non si vede davvero perché le suggestioni attuali e recenti sarebbero degne di essere seguite più di quelle del passato, ché anzi la loro maggior forza dovrebbe essere una ragione per guardarsene più attentamente, o per cercare di svincolare da esse la propria mentalità, e ciò vale in modo del tutto particolare in questa epoca di “persuasori occulti” 1.
Un aspetto degli effetti di queste suggestioni facile da constatare è l’accrescersi spropositato dei “bisogni”, che porta i nostri contemporanei a sprecare la massima parte del loro tempo in un’attività sempre più febbrile e complicata di produzione e di consumo, lontanissima da ciò che sarebbe richiesto dalle esigenze naturali, in modo tale che diventa quasi impossibile mantenere la vita corporea – nella quale si polarizza tutta la coscienza – in armonia con le altre modalità dell’essere umano e con ciò che le trascende; e non si giunge certo per tale via ad eliminare l’insoddisfazione degli uomini, neppure se si accetti abusivamente di escludere dall’orizzonte le aspirazioni più profonde. Talvolta il carattere artificiale di questa tendenza demolitrice dell’equilibrio naturale appare più evidente, in particolare in certi paesi dove è stata più chiaramente imposta dall’esterno: ad esempio, in India, ci vollero dei decenni per rovinare l’economia tradizionale 2, assai fiorente ancora nel Settecento ed all’inizio dell’Ottocento; ed è facile capire quanto questa premessa fosse preziosa per la successiva affermazione dell’economia moderna, strumento della penetrazione antitradizionale e dell’alterazione artificiale della mentalità generale, verso la chiusura di quel circolo vizioso tra “bisogni” e “consumi” che pare rappresentare per molti l’“ideale” della civiltà.
Fenomeni analoghi si incontrano naturalmente altrove 3, e le resistenze opposte sono più o meno forti. A questo proposito, non molto tempo fa leggevamo le osservazioni d’un noto scrittore sulle difficoltà che permangono, nelle regioni dell’Asia centrale islamica, per il passaggio dall’attuale fase di transizione «a una civiltà dei consumi»; questo passaggio, avvertiva l’autore, «non può essere né semplice, né automatico»; «bisogna stimolare nuove esigenze» 4, e, si può aggiungere, bisognerà che altre più profonde esigenze e possibilità vengano atrofizzate o addormentale, affinché ci si possa avvicinare al modello di quei paesi che sono appunto all’avanguardia della “civiltà dei consumi”.
Abbiamo parlato, a titolo esemplificativo, di certi aspetti legati all’economia attraverso cui operano le suggestioni contemporanee, perché sono tra i più facili da scorgere; e, considerando il bisogno di attività e di lavoro che ne deriva, si potrebbe osservare che l’espressione stessa di “civiltà dei consumi” potrebbe essere riferita anche al “consumo” del nostro tempo. D’altra parte, questo consumo e questo spreco del tempo, se forse il più delle volte è ormai diventato una costrizione a cui è quasi impossibile sottrarsi, in molti casi è sostenuto anche da quella particolare suggestione che è insita nella “glorificazione del lavoro” 5, la quale offre una contropartita “morale” e serve a forgiare i più devoti apostoli del “progresso”. Questi ultimi formano poi i quadri dirigenti esteriori del mondo contemporaneo, e sono tra i suoi strumenti più efficaci e più docili, a cui gli altri dovranno obbedire.
Ma forse il caso più penoso è quello dei molti in posizione subordinata, quasi irrimediabilmente chiusi dall’educazione ricevuta in modo tale che, fuori d’un miope egoismo, non hanno praticamente altra alternativa se non la trappola di un simile “dovere” che tende a farne altrettanti automi quasi perfetti. Quanti nomini, quante donne, quanti giovani affrontano sforzi continui che assorbono tutto il meglio delle loro energie e del loro tempo, senza più potersi rendere conto minimamente dell’inanità o magari della mostruosità degli scopi che perseguono o che si trovano impegnati ad assecondare, anche semplicemente per soddisfare le loro esigenze più elementari, perdendo così ogni occasione di realizzare le loro possibilità più profonde!
La parentesi della loro vita trascorre allora come qualcosa di totalmente estraneo alla consapevolezza della loro natura più intima, che rimane come addormentata lungo tutto il ciclo della loro manifestazione temporale: a che sarà dunque servito a queste moltitudini l’aver ricevuto un bene così prezioso come la nascita umana?
Con questo, sia ben chiaro, non intendiamo affatto indulgere a quell’attitudine negativa e di “rivolta” la quale anzi e anch’essa un’espressione delle correnti che, di disordine in disordine, portano avanti il processo di sviluppo del mondo contemporaneo; e del resto, ad esempio, il rifiuto delle modalità economiche e tecniche dell’ambiente che ci circonda può essere praticamente impossibile o decisamente dannoso, aggiungendo un ulteriore elemento fondamentalmente innaturale se concepito dall’esterno e basato su una semplice posizione mentale. Però, rendersi conto delle suggestioni che stanno all’origine di certe correnti, almeno attraverso qualche punto chiave che può servire di riferimento, anche se relativamente esteriore, è di estrema importanza quando permetta di prendere coscienza di quelle possibilità che da tali suggestioni sono neutralizzale; e una certa sincerità è sufficiente a far sì che tale presa di coscienza iniziale si traduca presto o tardi in qualche risultato effettivo, scoprendo e realizzando allora, in un modo o nell’altro, un senso valido del “proprio tempo”.
Ciò è sempre possibile perché, indipendentemente dall’ignoranza degli uomini, vi è sempre un legame che ricollega il nostro tempo, anche in ogni suo più piccolo aspetto, con quel Principio immutabile e totale da cui trae tutto il suo valore e la sua stessa realtà. Il nostro tempo sarebbe infatti rigorosamente nullo e inesistente senza il legame con il Principio, mentre attraverso quel legame, e solo attraverso di esso, si può trovare la sua spiegazione e il suo significalo vero. E questa, beninteso, non è una semplice considerazione teorica, ché anzi si tratta anche dell’unica via per giungere a comprendere e a dominare pienamente tutte quelle superstizioni e suggestioni a cui accennavamo, talché il superamento di queste va di pari passo con la presa di coscienza di quel legame, che del resto può assumere forme e gradi estremamente diversi.
La stessa idea, più o meno profondamente radicata, di un ordine che regge lo scorrere del tempo, sia pure compiendosi in un “destino” incompreso, può essere il riflesso della coscienza del legame tra la manifestazione temporale e il Principio; in questo riflesso si può persino vedere un certo carattere anteriore alle limitazioni più o meno inevitabili insite nel punto di vista religioso, in virtù del campo lasciato aperto dall’indeterminazione e impersonalità del Principio stesso. Persone naturalmente equilibrate, o comunque non del tutto offuscate da quanto di artificiale ed arbitrario mette in mostra l’ambiente in cui viviamo, hanno serbato ancora assai vivo tutto ciò, quasi in una forma istintiva, che in certi casi le ha indotte anche a respingere le forme religiose o a tenersi lontano da esse, sia per gli aspetti di degenerazione presenti in queste ultime, sia perché il loro equilibrio istintivo dà un appagamento alle loro esigenze. Ma proprio perché si tratta soltanto di un equilibrio istintivo, di un riflesso di una coscienza ancestrale, tale appagamento è in fondo illusorio: l’“impersonalità” del Principio viene a corrispondere allora, sia pure implicitamente, a qualcosa di sub-individuale, a quella natura “fatale” in braccio alla quale, in definitiva, si è condotti verso la disgregazione incosciente del proprio essere.
Altri e diversissimi modi di partecipare alla coscienza del legame del nostro tempo con il Principio sono impliciti nell’adesione a qualsiasi forma tradizionale 6, religiosa o altra. In ognuna di esse, tale legame assume aspetti specifici, in connessione a diversi momenti cosmici, a cui corrispondono particolari modi e gradi dottrinali e particolari determinazioni del Principio stesso. Tali determinazioni sono senza dubbio, di per sé, delle limitazioni; però esse sono indispensabili per rendere possibili le applicazioni al mondo umano; inoltre esse non rappresentano neppure un inconveniente quando, proprio attraverso tali applicazioni relative, mantengano aperta la possibilità di una concezione illimitata, ed anzi favoriscano, in modo più o meno indiretto, la sua realizzazione effettiva 7.
Rispetto alla posizione istintiva e propriamente “fatalista” che abbiamo prima descritto, troviamo qui un ben diverso “realismo” che si concreta nel modo di vivere il proprio tempo.
La stessa fede religiosa implica in qualche modo una partecipazione alla realtà profonda del tempo, al di là delle suggestioni ingannevoli che agiscono in esso 8 nella misura in cui fa sì che gli avvenimenti vengano vissuti come mezzi e segni di quella “Provvidenza” a cui nulla sfugge 9, benché rimangano oscuri i suoi disegni; e la concezione della vita temporale come di un “collaudo” che condurrà al discernimento delle possibilità, positive e negative, è certamente giustificata. Si può quindi vedere nel trascorrere del proprio tempo una successione di “prove” in cui si dimostrerà la propria adesione profonda ad una certa via di salvezza e di armonia con il Principio 10, ovvero la mancanza di tale adesione.
Ma ridurre ciò ad un impegno puramente “morale”, ad un’attitudine soltanto devozionale o al riferimento ad una regola concepita dall’esterno, implica delle limitazioni che possono essere superate. Se infatti l’adesione ad una norma tradizionale è efficace, è perché esiste una corrispondenza effettiva tra il suo campo d’applicazione relativo e la realtà principiale; è perché ogni modalità della azione ha una portala simbolica, alla quale si può risalire, che trascende, nella sua realtà profonda e nelle sue conseguenze, la sua manifestazione esteriore.
Questa considerazione permette di chiarire meglio (benché ancora in termini generali) quanto abbiamo già detto circa la possibilità della presa di coscienza del legame che ricollega il nostro tempo al Principio, e indica quanto stretta possa essere la connessione tra la determinazione delle nostre azioni nel tempo ed una “via di conoscenza”.
Tale connessione si può vedere anche nel modo di assumere e “vivere” le norme tradizionali esteriori, che, se è in certi casi cieco e schematico, è o dovrebbe essere normalmente accompagnalo da una sensibilità e da un’attenzione che va al di là della semplice opacità dei fatti; non per indulgere a interpretazioni soggettive o a un vano sentimentalismo, ma per cogliere in qualche modo il linguaggio della realtà che si esprime attraverso le circostanze, le quali in fondo non sono mai semplicemente fortuite 11. Questo è senza dubbio possibile, sotto un certo aspetto, anche nell’ambito propriamente religioso, ma la vita religiosa è volta per sua natura alla salvezza individuale e, se essa si fonda su simboli reali della realtà più profonda, non conduce però effettivamente a conoscerla direttamente, neppure al livello di quei princìpi relativi a cui si riferiscono le scienze tradizionali.
La possibilità di cogliere più direttamente il senso del proprio tempo, e quindi di viverlo nel modo più consapevole, è offerta dunque da altre modalità tradizionali 12, e precisamente da quelle modalità che, nella fase attuale del mondo umano, costituiscono le diverse forme di esoterismo, la cui essenza e il cui centro è del resto al di là delle forme ed unica.
Appunto nel dominio dell’esoterismo si può considerare una gamma di possibilità e di gradi nel vivere consapevolmente il nostro tempo, in relazione ai diversi gradi di corrispondenza simbolica della manifestazione temporale: ci riferiamo qui in particolare alla possibilità di vivere la propria vita scorgendo e realizzando nei suoi elementi un’espressione determinata di un certo momento cosmico, facente parte di un ordine universale nel quale potrà così integrarsi coscientemente la propria esistenza, adempiendo alla funzione che corrisponde alla propria natura più profonda 13; ovvero, al di là delle limitazioni cosmologiche, alla partecipazione effettiva, attraverso la vita del proprio tempo, a quegli attributi e qualità principiali di cui essa non è che una manifestazione 14; o infine allo stato di chi coscientemente vive in modo immediato e in ogni attimo il legame che unisce la molteplicità indefinitamente multiforme dell’esistenza temporale con il Principio stesso. Si tratta allora di quelle possibilità trascendenti che da secoli in Occidente sono state perdute; e l’espressione dell’esoterismo orientale «figlio dell’istante», intesa nel suo senso più profondo, si riferisce appunto ad una tale partecipazione diretta all’aspetto “vivificatore” del Principio 15.
Ci limitiamo qui a questi brevissimi accenni al riguardo, che hanno più che altro il valore di allusioni, sufficienti però a indicare che la vera vita tradizionale, lungi dall’opporsi alla possibilità di «vivere il nostro tempo», ne permette la realizzazione e l’espansione più piena, in confronto alla quale la vita profana non è che un’illusione fuggevole e spettrale.
1 Questa felice espressione, che dà il titolo a un noto libro dello scrittore americano Vance Packard, si riferisce a coloro che utilizzano i più recenti mezzi di pubblicità. Naturalmente, la stessa espressione si presta ad un’applicazione molto più vasta, che investe l’intera civiltà contemporanea; ma anche lo studio di un campo particolare ed esteriore come quello della pubblicità, sempre meno innocuo, può offrire l’occasione di riflessioni assai significative, e sotto questo aspetto l’opera di Vance Packard è una delle più interessanti.
2 Su questo argomento poco noto che può aiutare a far luce sui uno degli aspetti più importanti del nostro tempo – il processo di “occidentalizzazione” dei paesi tradizionali – esiste un’ampia documentazione. Citeremo soltanto, a titolo d’esempio, la vecchia opera dell’inglese W. Digby, “Prosperous” British India (il termine “prosperous” è usatlo in senso ironico), che è un tremendo e circostanziato atto d’accusa contro l’amministrazione occidentale; e il notevole studio di Kewal Motwani, L’influence de la technique sur la structure sociale, nel Bulletin International des Sciences Sociales, Hiver 1951, pagg. 837-847.
3 Citiamo la testimonianza dell’etnologa francese Germane Tillion che studiò la vita d’una comunità kabila dal 1934 al 1940, e la rivisitò nel 1955: «aveva lascialo della gente molto povera, contadini e artigiani che conducevano un’esistenza tranquilla, protetta “dalla dignità dei costumi e delle tradizioni arcaiche”; ritrovò “dei pezzenti”; al posto dell’antica povertà, si era installata l’atroce miseria moderna. Perfino gli indumenti tradizionali erano spariti, insieme con le antiche arti e tecniche… Il contatto fra la civiltà di tipo industriale e una civiltà del tipo arcaico è una catastrofe che, col tempo, non fa che aggravarsi... Non c’è altro rimedio che “una vera mutazione sociale”» (L’Algérie en 1957, Les Éditions de Minuit, citazioni dalla rivista Tempo presente, gennaio 1958).
4 Guido Piovene, su La Stampa del 15 maggio 1960.
5 È ben vero che può esistere anche un senso profondo e una portata superiore del lavoro, che corrisponde all’espansione e al compimento armonico delle facoltà interiori dell’essere, o che implica una partecipazione consapevole all’ordine cosmico: sennonché il lavoro nel senso moderno, che solitamente viene esaltato come avente di per sé un valore, è praticamente proprio la negazione di tutto ciò.
6 Beninteso, come sempre, parlando qui di “forma tradizionale” ci riferiamo all’autentica tradizione di origine sopra-umana.
7 È ciò che avviene in tutte le forme tradizionali che permangono ortodosse e complete, e si tratta anche di un criterio per distinguerle; su questo importante e delicato argomento ci limitiamo qui a tale accenno di carattere generale, per non allontanarci da ciò che riguarda più immediatamente il tema che ci siamo proposto.
8 Ricordiamo a questo proposito il detto tradizionale «fugite umbras saeculi»; secondo tale espressione, ciò a cui occorre sfuggire non è il saeculum, cioè in particolare il nostro tempo, ma sono bensì le sue “ombre”, cioè appunto quanto vi è in esso d’ingannevole e di illusorio. Con riferimento ad un’attitudine consapevolmente attiva nei riguardi della manifestazione temporale, che si discosterebbe dal senso misticheggiante attribuito di solito al detto citato, si potrebbe anche parlare di “fugare”, anziché “fuggire”, le “ombre del secolo”; il che, se inteso nel senso più profondo, implicherebbe, per essere valido, l’intervento di un’influenza sopra-umana di cui l’individualità umana diventerebbe il supporto. È ciò a cui allude, ad esempio, il Sûfî Ben Mashîsh nella sua invocazione al Principio divino: «… e colpisci per mio mezzo l’illusione in modo che la distrugga» (wa-qdhif bî alâ-l-bâtili fa-dmaghahu).
9 Ricordiamo il semplice proverbio popolare «Non cade foglia che Dio non voglia», il cui senso profondo dovrebbe bastare a far piazza pulita di tutte quelle errate concezioni della libertà ormai generalmente accettate che implicano la negazione dell’ordine universale, e quindi anche l’impossibilità di integrarsi in essa e di vivere il nostro tempo in modo veramente valido.
10 È bene tener presente che in ogni caso dovrà trattarsi di una via “tradizionale” nel senso che la sua conoscenza (comprese le modalità rituali ad essa inerenti) non può che essere “trasmessa” agli uomini a partire dal Principio stesso, in virtù del Quale è mantenuta aperta.
11 È facile notare quanto tutto ciò sia lontano dall’attitudine caratteristica dell’uomo occidentale moderno, nel quale predominano atteggiamenti incompatibili a quanto abbiamo detto e contraddittori tra loro, come il bisogno di “programmi” arbitrari e la fretta disordinata, il chiuso conformismo della “vita ordinaria” (particolarmente accentuato proprio nella classe borghese, che in genere non è quella che subisce le costrizioni esteriori più pesanti) e la fondamentale instabilità.
12 Ad evitare facili errori di interpretazione al riguardo, precisiamo che tali modalità tradizionali non sono affatto necessariamente incompatibili con le forme religiose, le quali anzi possono esserne vivificate, senza che si verifichi alcun contrasto o concorrenza, trattandosi di domini diversi di attuazione di un unico principio tradizionale.
13 È questo il senso dello swadharma della tradizione indù, che è e appunto la norma interiore attraverso la quale ciascuno si inserisce nel proprio tempo compiendo in esso la propria funzione. In un ordine analogo, ricordiamo l’idea dell’accordo con la “Volontà del Cielo” nella tradizione estremo-orientale, e la scienza che ha lo scopo di realizzarlo in conformità con il momento cosmico, di cui lo Yi King, o Libro dei Mutamenti è una delle espressioni più note. Anche nell’iniziazione massonica si ritrovano elementi analoghi, con la concezione del “Grande Architetto dell’Universo”, nei cui disegni si può essere-chiamati ad integrarsi coscientemente: a ciò si può riferire in particolare il simbolismo della pietra cubica, che rappresenta l’individualità del Massone stesso, la quale deve essere “squadrata”, spogliandola di quanto vi è in essa di disarmonico, per inserirla al suo giusto posto nella costruzione universale.
14 Un’espressione di ciò si può trovare, ad esempio, nel simbolismo di certe Upanishad, che del resto risulta spesso assai difficile da intendere nel suo vero significato. A titolo esemplificativo ricordiamo anche la descrizione contenuta nel trattato Al-Insânu-l-kâmil (“L’Uomo universale”), di Abdu-l-Karîm al-Jîlî, del grado di realizzazione in cui tutto il mondo dell’azione appare come il campo delle Attività divine, o del grado, più elevato del precedente, in cui lo stesso mondo dell’azione appare come il campo di manifestazione dei “Nomi” divini o principiali.
15 Nell’espressione «figlio dell’istante» (ibnu-l-waqt), l’“istante” è in questo caso identificato propriamente all’“eterno presente”, e comporta quella “coincidentia oppositorum” che è pienamente realizzala nell’“Identità suprema”. Lo stato di partecipazione immediata al Principio come Vivificatore ci pare illustralo nel modo più significativo da un episodio di cui è protagonista il Sûfî Jalâlu-d-dîn ar-Rûmî; interrogato nella disputa tra chi sosteneva che l’uomo trae la sua vita dal sangue, e chi diceva che la riceve in ogni istante direttamente dal Principio, egli rispose facendosi cavare interamente il sangue, per darsi poi ad una danza rituale prolungatasi sette giorni e sette notti, riprendendo in seguito le sue occupazioni abituali. Evidentemente, la sua realizzazione del legame della propria vita con il Principio non era soltanto teorica...
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