top of page

L'universalità nell'islam

  • 22 apr
  • Tempo di lettura: 21 min

Aggiornamento: 9 mag

Abdul-Hâdî *


Abbiamo voluto sviluppare, sotto la forma di una trasfigurazione solare del paesaggio esotico[1], la dottrina del reale secondo l’“Identità suprema”. Abbiamo visto che, nonostante l’unità assoluta, dal punto di vista umano, particolarizzato e disgiuntivo, esistono due realtà: la collettiva e la personale. La prima è acquisita (per imposizione o per adozione), storica, ereditaria, temporale e, per così dire, adamica. L’altra è originaria, innata, extratemporale, dominicale. Essa può essere più o meno oscurata o limitata ma esiste sempre. Non può essere ripudiata, né distruggersi; essa è fatale poiché è la ragion d’essere di ogni uomo, cioè il suo destino, verso il quale tutto il lavoro spirituale e cosmico non è altro che un “ritorno”2. La prima è la realtà quale appare agli occhi della gente ordinaria, la realtà risultante dai cinque sensi e dalle loro combinazioni secondo le leggi della logica e della matematica elementare. La seconda realtà è la sensazione dell’eternità 3. Nel mondo concreto l’una corrisponde alla quantità, l’altra alla qualità. La realtà collettiva viene sovente chiamata la “volontà universale”, ma io preferisco chiamarla la Necessità, riservando il termine Volontà per indicare, bene o male, la realtà personale. La Volontà e la Necessità possono essere paragonate alla Scienza e all’Essere. Questi termini sono familiari non solo alla mentalità europea a partire da Wronski (cfr. Warrain: La Synthèse Concrète, pag. 169), ma anche a un’importante scuola dell’esoterismo musulmano seguita soprattutto in India. La Scienza e l’Essere corrispondono letteralmente a «El-’Ilmu wa-l-Wujûd», i due aspetti primitivi della Divinità.

È appena il caso di ricordare che solo la Volontà esiste positivamente e che la Necessità non ha che un’esistenza relativa e illusoria. Su questo punto tutte le religioni e le filosofie sono d’accordo. È questa la ragione per cui esistono ovunque degli spiriti aristocratici. Ed ogni musulmano vi dirà: «Et-Tawhîdu wâhidun», che alla lettera e commentato a proposito significa: «la dottrina dell’Identità suprema è, in fondo, dappertutto la stessa» o «la teoria dell’Identità suprema è sempre la stessa». Voglio qui insistere su un carattere distintivo dell’Islamismo: l’importanza capitale che vi riveste l’idea di Muhammad, il Profeta.

La Volontà non può raggiungere la sua pienezza che per mezzo della Necessità: da un lato mediante il bisogno del Cielo e dall’altro mediante lo sforzo per soddisfare le giuste necessità della realtà collettiva. Quest’ultima è dunque indispensabile a titolo di salutare sforzo volto allo sviluppo di tutte le facoltà latenti della Volontà. L’inerzia negativa dell’una è tanto indispensabile quanto l’energia positiva dell’altra. L’una ha tanto bisogno di ricevere quanto l’altra di dare: entrambe sono bisognose l’una dell’altra. Nei rari casi in cui agiscono come devono normalmente fare, esse non trovano occasione di cercare quale delle due è più ricca di sua sorella.

Nell’ordine della psicologia romantica e umanistica la realtà personale corrisponde un poco all’elemento “donchisciottesco” e la realtà collettiva a Sancio Pansa. L’immortale capolavoro di Cervantes deve essere considerato un riconoscimento dell’impotenza del Cristianesimo (almeno sotto le forme attualmente conosciute). Questa religione è mai stata nel contempo cattolica (cioè esoterica, orientale) e romana (exoterica, occidentale)? Essa fu sempre una cosa a detrimento dell’altra. Quanto ai Cristiani che non si riallacciano a Roma, sono essi realmente Cristiani? Io l’ignoro. Quando una religione dichiara con tutta serietà che il proprio rituale ed i suoi dogmi sono privi di un senso nascosto o interiore, essa fa pubblica professione di superstizione e si merita d’essere collocata in un museo d’antichità.

L’Europa ha fatto diversi tentativi per fondere Don Chisciotte e Sancio Pansa in un unico personaggio. Essi sono tutti falliti, poiché quelli che sono riusciti sono usciti dal Cristianesimo fondando il “libero pensiero”. Menzionerò solo due di questi tentativi falliti, entrambi “estremi”, uno satanico e l’altro grottesco: il Gesuita e Tartarino di Tarascona. Non vedo che un Occidentale capace di risolvere il problema: San Rabelais. Ma questi era un iniziato, e probabilmente sapeva che da secoli esisteva una soluzione, quella dei Malâmatiyah. Per illustrare la nostra analisi confronteremo il Malâmatî e Tartarino. Il primo mette in evidenza Sancio Pansa e cela Don Chisciotte nel segreto del suo cuore, seguendo il filo d’un pensiero che non abbandona un solo istante, senza mai pronunciarlo. L’eroe di Daudet, invece, con le sue spedizioni nelle più lontane terre, espone il suo Don Chisciotte, mentre il suo Sancio Pansa, cioè Tartarino in panciolle, si tiene ben nascosto, tranne che alla sua serva.

La realtà personale e quella collettiva, la Volontà e la Necessità, l’esteriore e l’interiore, l’unità e la pluralità, l’Uno e il Tutto, si fondono in una terza realtà, che l’Islâm è la sola religione a conoscere, riconoscere e professare. Questa realtà è la “realtà mohammediana” o profetica. Il nostro Profeta fu non solo Nabî o ispirato e eloquente, ma anche Rasûl, cioè un Inviato legiferante. Mediante la En-nubûwah, l’eloquenza ispirata, si rivolse all’aristocrazia (intellettuale). Egli impedì la decadenza completa del popolo e dei deboli grazie alla Er-risâlah, la legge divina. La “aristo-democrazia” islamica, cioè la fusione tra l’élite e il comune credente, poté effettuarsi senza violenza ed evitando ogni promiscuità mediante l’istituzione, propria dell’Islâm, d’un particolare tipo d’umanità convenzionale che, in mancanza di meglio, indico con i termini “uomo medio” o “normalità umana”. Alcuni filosofi anglosassoni parlano di “the average man” o l’uomo della mediocrità, ma non sono sufficientemente al corrente delle loro teorie per osare pronunciarmi. Questo tipo umano è sempre fittizio, mai reale. Esso ha la funzione d’elemento isolante, neutro e impersonale, atto a facilitare certi rapporti, previsti e regolati in anticipo, e a rendere impossibile l’esistenza di relazioni irregolari e rapporti troppo personali fra persone che vogliono ignorarsi socialmente. Essendo nello stesso tempo nessuno ed ognuno, non possedendo una concreta realtà, rappresentando sempre la regola e mai l’eccezione, l’“uomo medio”, così inteso, non è che un metro di misura universale da impiegarsi in tutti i possibili diritti e doveri, sociali, morali e religiosi. Questo formalismo, questo giusto equilibrio tra i vari interessi (materiali, spirito-materiali e religioso-rituali), questo repertorio di tutte le situazioni esteriori della vita sociale e religiosa, è il miglior agente della propaganda islamica. Grazie ad esso lo stato sociale della tribù arabo-semitica, che è un ideale di giustizia, d’integrità, di cooperazione e di solidarietà, può estendersi a tutto l’Universo.


La perfezione di alcune società primitive è stata constatata da molti sociologi, etnologi e poeti. Ma le virtù del “selvaggio” mai sorpassano i ristretti limiti della tribù: per questo motivo non si tratta che di un ideale poetico. La sua antitesi è rappresentata dall’attuale uomo civilizzato il quale, dal punto di vista dello stato umano integrale, non vale certamente più di lui. In questo la qualità si è sviluppata a detrimento della quantità; nell’altro, abbiamo sì la quantità, che è qualcosa, ma la qualità è lungi dall’essere lodevole.

Il formalismo, con l’istituzione dell’“uomo medio”, permette all’uomo primitivo di raggiungere l’universalità senza perdere nessuna di quelle preziose caratteristiche che lo legano all’Adamismo primordiale e quasi-paradisiaco. È giustamente l’“uomo medio” a essere l’oggetto della Shariyah, la legge sacra dell’Islâm. Essa è estremamente semplice quando la differenza esteriore tra l’élite e il comune credente è minima: in questo caso, la lettera primitiva è sufficiente. Ma con il progresso sociale, la complicazione della vita e il cambiamento delle condizioni esteriori, l’applicazione diretta della lettera della legge ne contraddirebbe lo spirito: l’“uomo medio” allora si diversifica, i testi sacri abbisognano di commentari, e la scienza dei dottori della legge progredisce con la vita. Tuttavia la differenza tra i testi e i loro commentari é solo apparente: l’evoluzione, nonostante il parere degli orientalisti da caserma o da sacrestia, è qualcosa di naturale e di logico.

Certe prescrizioni della Shariyah possono sembrare assurde agli occhi degli europei. Esse hanno tuttavia una loro ragion d’essere. Una religione universale deve tener conto di tutti i gradi intellettuali e morali. La semplicità, le debolezze e le particolarità degli altri, hanno, fino a un certo punto, diritto a degli adattamenti. Ma anche la cultura intellettuale ha i suoi diritti e le sue esigenze. L’uomo medio fa sì che attorno ad ognuno venga stabilita una specie di neutralità che sia una garanzia per tutte le individualità, pur obbligandole a lavorare per l’umanità intera. La storia non conosce altre forme pratiche d’attuazione di questo integrale umano. L’esperienza testimonia in modo irrefutabile a favore dell’universalità islamica. Grazie alle formule arabe vi è un mezzo di perfetta intesa fra tutte le più svariate razze viventi tra l’Oceano Pacifico e l’Atlantico. Non è possibile riscontrare diversità etniche più marcate di quelle esistenti, per esempio, tra un Sudanese e un Persiano, tra un Turco e un Arabo, tra un Cinese e un Albanese, tra un ariano dell’India e un Berbero. Nessun’altra religione o forma di civiltà è riuscita a tanto. Si può dunque dire che l’Islâm è il miglior agente di comunicazione spirituale che esista. L’Europa non può arrivare che all’internazionale materiale, che è già qualche cosa, ma non è tutto; d’altronde essa non è opera del Cristianesimo, bensì del positivismo occidentale, per non dire del “libero pensiero”.

È questo il motivo per cui consideriamo la catena profetica conclusa, sigillata, con Muhammad, Profeta degli Arabi e dei non-Arabi, poiché egli è l’apogeo. Lo spirito profetico è la dottrina dell’“Identità suprema”, cioè dell’Uno-Tutto in metafisica, dell’Uomo Universale in psicologia, dell’Umanità integrale in organizzazione sociale. Essa ebbe inizio con Adamo e si è completata con Muhammad.

*

La parola “Islâm” è la forma infinita del verbo causativo Aslama, che significa: dare, consegnare, rimettere. Vi è un ellissi: “lillahi” (a Dio) è sottointeso. “El-Islâmu lillahi” significa dunque: rimettersi a Dio, cioè seguire docilmente e coscientemente il proprio destino. Visto che l’uomo è un microcosmo, composto da tutti gli elementi dell’Universo, ne consegue che il suo destino è d’essere universale. Egli non segue il proprio destino quando l’inerzia domina le sue facoltà superiori. L’Islâm, in quanto religione, è la via dell’unità e della totalità. Il suo dogma fondamentale si chiama Et-Tawhîd, che significa “l’unità”, o l’azione di unire. Come religione universale, comporta vari gradi, e ognuno di essi è vero Islâm, poiché tutti gli aspetti dell’Islâm rivelano i medesimi principi. Le sue formule sono estremamente semplici, ma il numero delle sue forme è incalcolabile. Più queste forme sono numerose, più la legge è perfetta. Si è Musulmani quando si segue il proprio destino, cioè la propria ragion d’essere. Portando ognuno in se stesso il proprio destino, è evidente che tutte le discussioni sul determinismo e il libero arbitrio sono vane. L’Islamismo, anche solo quello exoterico, è al di là di questa questione. Questo è il motivo per cui i dottori della legge non hanno mai voluto pronunciarsi su questo problema. Non si può spiegare all’uomo ordinario come Dio fa tutto, è ovunque, e come ognuno Lo porta in sé. Tutto ciò è chiaro all’uomo «che conosce la propria anima» (man yaraf nafsahu), cioè il proprio io stesso, e sa che tutto è vano al di fuori della “sensazione dell’eternità». Il discorso ex cathedra del “muftì” deve essere chiaro, comprensibile a tutti, anche ad un uomo di colore analfabeta. Egli non ha il diritto di pronunciarsi su altro che un luogo comune della vita pratica; né d’altronde affronta altri argomenti, ancor più che è sua facoltà eludere le questioni che non sono di sua competenza. Si tratta della netta separazione, a tutti nota, tra questioni sufiche e della Shariyah che permette all’Islâm d’essere nello stesso tempo esoterico ed exoterico senza mai contraddirsi. Per questo motivo non vi sono mai seri conflitti tra la conoscenza e la fede da parte dei Musulmani che comprendono la loro religione.

Ora la formula del “Et-Tawhîd”, o del monoteismo, è un luogo comune shariita. La portata che date a questa formula è una questione strettamente personale, poiché dipende dal vostro “sufismo”. Tutte le deduzioni che trarrete da essa potranno essere più o meno buone, a condizione tuttavia di non contraddire il senso letterale; altrimenti si distruggerebbe l’unità islamica cioè la sua universalità, la sua facoltà di adattarsi a tutte le mentalità e di convenire a tutte le epoche e circostanze. Il formalismo è di rigore: non è superstizione, ma linguaggio universale. Essendo l’universalità il principio, la ragion d’essere dell’Islâm, ed essendo d’altra parte il linguaggio il mezzo di comunicazione fra gli esseri dotati di ragione, ne consegue che le formule exoteriche sono per l’organismo religioso altrettanto importanti che le arterie per il corpo animale. Mi sono servito di questa analogia soprattutto per dimostrare che “l’intelligenza” (inter-legere; El-Aqlu), e con ciò intendo l’intelligenza universale, risiede nel cuore, il centro della circolazione del sangue. Questa localizzazione non riguarda la sentimentalità, la quale ha per dimora le mucose dell’intestino, almeno quando quest’ultima si trova nel posto che dovrebbe normalmente occupare nell’economia psicologica.

L’intelligenza ed il discernimento sono i due aspetti principali della ragione umana: l’una concepisce l’unità, l’altro la pluralità. La ragione sana possiede queste due facoltà sviluppate fino ai loro ultimi limiti, e può dunque concepire l’Essere Uno-Tutto; tuttavia questo Essere non è l’Assoluto, il quale è al di là di ogni operazione intellettuale. Quando ci si rende conto che non si può andare oltre, si è arrivati ai confini del sapere e dello “scibile”. L’ammettere impossibilità di sapere è la conoscenza dell’Infinito (El-ajzu an el-idrâki idra-kun). È vero che essa ne è la sola, ma si sarebbe prossimi alla divulgazione dei segreti se si dicesse che non è un paradosso o un modo di dire, bensì un sapere reale, fertile e in definitiva sufficiente. Tutto quanto è solamente exoterico conduce fatalmente allo scetticismo. E lo scetticismo è il punto di partenza degli eletti, al di là dei limiti dello “scibile”, tuttavia vi è un progresso della scienza ma allora si tratterà di conoscenze “negative”, le quali sono le più fertili, perché mettono a nudo la nostra “povertà” (el-faqru), ovvero il nostro bisogno del Cielo. Coscienti dei nostri bisogni, sapremo formulare le nostre domande. Dico domande e non preghiere, poiché è da evitare tutto quanto rassomiglia in qualche modo a qualcosa di clericale. È importante saper domandare perché, in questo caso il Cielo è come la natura, la quale risponde sempre con la verità quando e solo se la si interroga come si deve. Un esperimento chimico o fisico rivela qualcosa; se è mal eseguito, non conduce all’errore. Il Cielo accorda sempre il bene quando si domanda come si deve; non concede niente e può anche dare il male quando si domanda male. Si tratta d’un effetto della mutualità divina o della legge della catadiottria universale[2].

I moralisti della sentimentalità, Cristiani, Buddisti o altri, hanno glorificato l’umiltà. Essere umili o non esserlo non significa niente, poiché siamo tutti rigorosamente nulla. Dell’umiltà hanno fatto una virtù, un fine, mentre non è che un mezzo, un esercizio, una preparazione; essa è solo una piccola tappa lungo la via, là dove ci si ferma, se il viaggio lo richiede. La vanità è una bestialità, ma può essere una bestialità anche l’umiltà fuori luogo.


Abbiamo già visto 5 che il Credo musulmano inizia con una negazione alla quale fa seguito un’affermazione. Quel che io nego, e poi affermo, portano entrambi lo stesso nome, composto dalle lettere A L H[3], il quale si presenta dapprima in forma indeterminata (36), e quindi in forma determinata (66)[4]. Dico che il vago è non-esistente ma che la distinzione è il reale.

Considerando la forma delle lettere, abbiamo una trasformazione dell’infinito, rappresentato da una retta verticale (Alif), nell’indefinito, rappresentato qui da un cerchio (Ha), attraverso il passaggio per l’angolo (Lam). Nel caso dell’affermazione del distinto, l’angolo (Lam) è ripetuto due volte.

La parte più grande dell’esoterismo pratico riguarda il destino, l’identità fra l’io ed il non-io, e l’arte del donare, basata sul fachirismo. L’ordine consiste nel seguire docilmente e coscientemente il proprio destino, che è vivere, vivere tutta la propria vita, che è quella di tutte le vite, cioè di tutti gli esseri 6.

La vita non è divisibile; se appare in tal modo è soltanto perché essa è suscettibile di gradazioni. Più la vita dell’io si identifica a quella del non-io, più si vive intensamente. La trasfusione dell’io nel non-io si attua mediante il dono più o meno rituale, cosciente o volontario. Si comprenderà facilmente che l’arte di donare è il principale arcano della Grande Opera. Il segreto di quest’arte consiste nel disinteresse assoluto, nella perfetta purezza dell’anima che compie l’atto, cioè dell’intenzione, nella totale assenza di qualche speranza in una contropartita o in una qualunque ricompensa, foss’anche nell’altro mondo. Occorre che il vostro atto non rassomigli in nessun modo a uno scambio di cortesie. È quindi più perfetto, più puro, dare a un inferiore o a un debole, piuttosto che ad un nostro pari o al più forte. Dal punto di vista esoterico è meglio dare ad un individuo appartenente ad un’altra specie, lontana dalla nostra, che dare a un nostro simile. È per questo motivo che l’attrazione per gli antipodi, il gusto dell’esotico, la zoofilia e lo studio amoroso della natura sono altrettanti segni d’una disposizione per l’esoterismo. Il celebre poeta Abul-Alà El Mourri considerato da qualcuno come eretico, materialista o libero pensatore, occupa in realtà un rango molto elevato nella gerarchia spirituale dell’esoterismo mussulmano. Fermarsi all’umanitarismo è dunque un errore social-sentimentale. Un primo sgrossamento dell’egoismo animico e nutritivo è sufficiente per essere socialmente perfetti, essendo le virtù civiche soltanto politica più o meno buona, cioè vantaggiosa. Oggi è impossibile fare del bene all’umanità senza nutrire in fondo qualche mira utilitaria. La carità verso il prossimo è un dovere, ma anche una forma di precauzione e di alta previdenza: ben difficilmente può includere qualcosa fatto «unicamente per Dio». Il sentimentalismo lascia sempre una macchia egoista su tutto ciò che si fa in suo nome, se non altro per i nobili motivi che facilmente attribuiamo ad atti molto semplici. I Malâmatiyah si danno sempre una serie di cattive ragioni prima di porre in atto le lodevoli azioni che sono chiamati a compiere. Il bene che si fa ad un animale ci avvicina maggiormente a Dio, perché, almeno nei casi ordinari, l’egoismo non vi ha gran parte. Lo spostamento mentale è più grande, la conquista nell’anima universale è più lontana. Se vi attaccate agli esseri umani, questi s’attaccano a voi per ogni sorta di ragioni pratiche. L’attaccamento fra un essere umano e un animale è d’ordine superiore. È inoltre molto istruttivo, perché, tenendo presente la formula «x sta a noi come noi al nostro gatto», per esempio, si possono scoprire molti segreti riguardanti il destino. Un gesto zoofilo è effettivamente di grande utilità dal punto di vista siderale; solo che, per comprendere questa utilità, bisogna che l’egoismo abbia già ben evoluto nel trascendente. L’uomo che percepisce che le potenze lo giudicano nel modo in cui egli giudica le altrui debolezze, quegli non ha più bisogno d’una guida spirituale. Egli si è definitivamente incamminato nella buona strada per diventare egli stesso la legge universale, cominciando a incarnare la fatalità. Può avere bisogno di un’istruzione tecnica per evolvere più rapidamente, anche se, visto che sa dare senza fare commercio, ha già il suo cielo. Non si potrebbero quindi tacciare di egoismo coloro che coltivano la zoofilia per un fine astrale, ad esempio per scongiurare ciò che viene chiamata “la cattiva sorte” nell’ordine interiore, o per ristabilire, per quanto possibile, lo stato edenico dell’Adamismo primitivo 8. Essi posseggono qualche conoscenza, che utilizzano per assicurarsi una felicità terrena considerata lecita dalla Tradizione.

Non insisterò mai abbastanza nel sostenere che l’arte di dare è il Grande Arcano. Il dono assolutamente puro e disinteressato é la sensazione del niente nella pratica realizzativa. Questa percezione cristallizzata è una pietra di paragone, la migliore, per controllare l’esistenza nell’Assoluto. Questo prezioso strumento d’investigazione dell’aldilà può avere un’apparenza molto semplice e rudimentale, perfino grossolano; ma  un solo atomo di sentimentalità è sufficiente a guastarlo. Si può dire “San Rabelais”, ma non si sarà mai abbastanza circospetti quando ci si trova di fronte a teorie cristiane (nel senso ordinario), o buddiste.

Il lettore che mi ha fin qui seguito senza fatica né irritazione, può facilmente vedere che il dono “umanitario” è solo la giusta comprensione dei nostri vantaggi e svantaggi materiali. In effetti, ogni uomo sa che egli è utile ai propri simili e che tutti gli uomini abbiano l’indispensabile per vivere in un modo umano. La vera carità comincia a manifestarsi nei confronti dell’animale per svilupparsi nei confronti della pianta; ma allora essa esige le scienze iniziatiche. Queste scienze conducono all’Alchimia, la quale è la carità umana verso le pietre e i metalli, cioè verso la natura inorganica. L’apogèo di questa carità è il dono di se stessi ai “numeri primitivi”, e allora si sostiene l’Universo mediante il suo soffio ritmato. Mi permetto di far osservare che la carità cosmica aumenta in senso inverso all’evoluzione della materia, così come inteso volgarmente.

Grazie al perfetto accordo che stabilisce tra l’esoterico e l’exoterico, l’Islâm è qualcosa di cui si può parlare sotto tutti gli aspetti, anzi, almeno fino a un certo punto, esso può sopportare la propaganda anche per quel che riguarda l’esoterico. La propaganda lo fortifica nel senso che lo arricchisce da un punto di vista puramente intellettuale. Di fatto, molti rami delle scienze islamiche non si sono sviluppati che quando alcuni popoli non-arabi abbracciarono l’Islâm. Diversi orientalisti hanno attribuito questo fenomeno ad una giustapposizione tra lo spirito ariano o turanico e la mentalità arabo-semitica. Ma è un errore. Queste scienze si trovavano già in germe nell’Islamismo primitivo. Ammettendo l’Islâm il razionalismo e la libertà di pensiero, esso s’impose l’obbligo di rendersi comprensibile ai nuovi venuti e di rivestire forme convenienti alla loro mentalità. Questo sviluppo avvenne mediante la collaborazione tra allievi e professori. Le domande provocarono le risposte. Dal bisogno esteriore di formulare le proprie idee inconsce nacquero le  scienze razionali e scolastiche dell’Islâm. Dalle popolazioni conquistate gli Arabi non presero nulla di nuovo: non fecero, che cambiare, per così dire, in argento un po’ del loro oro, e ciò al solo scopo di semplificare i rapporti con gli altri popoli.

Prego gli studiosi della Qabala di voler notare che, per quanto riguarda l’aspetto puramente scientifico, è insegnando agli altri che ci si istruisce noi stessi. L’interiore trae arricchimento dal lavoro esteriore; il Cielo vi dà nell’esatta misura in cui voi distribuite alle creature quel poco che possedete, ma bisogna sapere “come” farlo. Diciamo subito che l’“altruismo” è una parola vuota: esso dovrebbe essere bandito dal linguaggio metafisico per il semplice motivo che l’“altrui” non esiste. Non esiste nessuna differenza tra voi e gli altri. Voi siete gli altri, tutti gli altri e tutte le cose. Tutte le cose e tutti gli altri sono voi. Noi non facciamo che rifletterci reciprocamente. La vita è unica e le individualità non sono altro che l’inferenza del raggio del destino nel cristallo della creazione. L’identità dell’io con il non-io è la Grande Verità, così come la realizzazione di questa identità è la Grande Opera. Se, alla notizia di un furto, non siete in grado di comprendere che siete il ladro e anche il derubato, e che nel caso di un omicidio siete nel contempo l’assassino e la vittima; se non sapete arrossire di vergogna e di senso di colpa alla descrizione di crimini mostruosi, inauditi, inconcepibili, che non sarete mai stati tentati di commettere, se non sentite che siete in qualche modo, anche se minimo, coinvolti, alla notizia di un terremoto nel Turkestan o di una epidemia di peste nella Manciuria, sarebbe meglio per voi che non v’interessaste d’esoterismo, poiché perdereste il vostro tempo. Osservando la collettività criminale, si può avere la dimostrazione che un atto completamente isolato quasi non esiste e che è difficile fare una netta distinzione tra un uomo e l’altro. Non voglio dire che tutti gli uomini siano eguali, sostengo solo che sono tutti “la stessa cosa”. Prendiamo in considerazione, ad esempio, il concatenamento delle azioni. Avete notato come un sospetto condiviso da una maggioranza di individui, anche se infondato, genera nei confronti del presunto colpevole le prove della sua colpevolezza? E ciò accade tanto più rapidamente se l’indiziato non solo è innocente, ma non sa nemmeno come sia stato perpetrato il crimine. Se invece costui è colpevole, ma è intelligente, egli può crearsi un’“aura” negativa e volontaria atta a controbattere l’“aura” collettiva a lui ostile. È facile vedere come l’“aura” morale di una collettività, accumulandosi a poco a poco nei centri nervosi di una società, arriva a condensarsi e prendere una forma umana, in genere quella stessa dell’autore d’un crimine. Ma quest’uomo non è che la mano che colpisce. La vera origine dell’atto si trova nella collettività. Essa senza dubbio non fa nulla, ma fa fare, che in pratica è la stessa cosa. Si può quindi dire che non vi sono innocenti 9.

Quando dichiaro che siamo tutti colpevoli, non invoco per questo lo scagionamento del criminale, e nemmeno reclamo castighi collettivi. L’esoterismo non ha nulla a che vedere con il codice, il quale è un prodotto naturale – per tanto cattivo che sia – della storia della società. L’uomo non può che esercitare la giustizia umana. La giustizia divina resterà sempre per lui un enigma; voler dispensare questa giustizia è, secondo il nostro punto di vista, uno dei più gravi crimini che l’uomo possa commettere. Mi permetto di citare qualche esempio. Il furto e l’omicidio, almeno in principio, sono dei crimini; quindi il ladro o l’assassino deve essere punito secondo le convenzioni sociali in vigore, ed è tutto. Una volta che il criminale abbia subito il suo castigo, siete liberi di frequentarlo o di evitarlo; potete rifiutargli la mano di vostra figlia, ecc.; ma se dite che questo uomo è cattivo, che merita il fuoco dell’inferno, ecc., allora siete peggiori di lui, poiché volete mettervi sul trono di Dio. Volete giudicare cose che nessuno vede. Un altro esempio: non a torto, la prostituzione viene condannata. Tuttavia, come norma, la prostituta è perseguibile solo quando vi sia stato un attentato al pubblico pudore. Il suo non è che un crimine di riflesso. Nell’attuale società, l’uomo è l’interiore, la causa; la donna è l’esteriore, l’effetto. La donna vende il proprio corpo perché l’uomo vende la propria anima. Si può arrestare la donna, ma l’uomo, il vero colpevole, sfugge ad ogni incriminazione; egli è anonimo e legione. Meglio è limitarsi a giudicare solo i fatti. Voler giudicare le coscienze è impossibile.

Un ultimo esempio: le assoluzioni scandalose di imputati di crimini passionali. C’è chi ha voluto ravvisarvi un segno d’amoralità. Non è affatto così. In effetti non sono che altrettante dichiarazioni d’incompetenza da parte del tribunale. Un giudice scrupoloso evita sempre di pronunciarsi su quei casi che Dio solo può giudicare.

La coscienza universale diviene sempre più fatalista. Da parecchio tempo si dice che «i popoli hanno i governanti che si meritano». Un buon governo non può regnare su un popolo di canaglie: se volesse conservare il potere sarebbe obbligato a lasciarsi corrompere. Ogni giorno ci è dato di comprendere sempre più una grande verità sulla logica degli avvenimenti: l’uomo è sempre giudicato secondo le sue proprie leggi, cioè secondo le leggi che egli impone agli esseri che sono in contatto con la sua influenza vitale. Esistono legami sottili fra il boia e la vittima, poiché entrambi sono aspetti d’uno stesso fatto. Ognuno è in grado di comprendere che se vi sono dei poveri la colpa è dei ricchi, che è colpa dei sapienti se vi sono ignoranti, che se vi sono dei viziosi è perché i virtuosi lasciano troppo a desiderare. Numerosi santi dell’Islâm si sono lamentati d’aver ricevuto il dono della seconda vista: troppe cose hanno avuto modo di vedere nei minuti fatti della vita quotidiana. Ingenui sono coloro che vanno alla ricerca di facoltà sovrumane al di là dell’ordine. E quando questi apprendisti stregoni incorrono solo nella rovina intellettuale e morale, è perché Dio è stato clemente con loro.

*

La legge della povertà universale (El-faqru) è dunque un principio islamico. Ognuno di noi è un povero (faqîr). Siamo tutti dei poveri (foqarâ), poiché tutti abbiamo bisogno del Creatore o della creazione, il più sovente di entrambi. Siccome per ricevere bisogna dare, la più grande maledizione è quella di non poter più fare del bene, è quella d’aver perso i propri diritti ad esercitare la carità. E quando si dà, la nostra modestia dev’essere ancor maggiore di quella del mendicante che riceve l’elemosina dalle vostre mani.

È soprattutto per la sua concezione della realtà collettiva che l’Islâm si particola rizza in modo definitivo fra tutte le religioni, civiltà o filosofie. Tutte le persone illuminate sanno che la realtà collettiva è una finzione, e anche i musulmani illuminati lo sanno, forse meglio degli altri. Tuttavia, nell’intento di seguire l’esempio del Profeta, nell’Islâm non ci si ritira nel deserto, e si fa finta di prendere il mondo sul serio. Un hadîth dice che bisogna lavorare per questo mondo come se si dovesse vivere mille anni e che, nello stesso tempo, bisogna lavorare per l’altro mondo pensando che la morte potrebbe coglierci domani. La dottrina dell’identità e dell’unità è più sviluppata nell’Islâm che altrove. Questa preziosa qualità d’ordine esoterico ed exoterico è dovuta soprattutto alla sua concezione della realtà collettiva quale agente indispensabile della trasformazione della realtà personale nella Universalità umana o realtà profetica. Il Cristianesimo e il Buddismo respingono con orrore o disprezzo la realtà collettiva e mirano all’Uomo universale in un piccolo quietismo. Essi differiscono dall’Islâm sia qualitativamente che psicologicamente. L’Islâm si distingue quantitativamente dal Brahmanesimo esoterico poiché esso è più esteso. Il Brahmanesimo è solo una forma locale, perlomeno dal punto di vista pratico, mentre l’Islâm è universale. Esso differisce dal positivismo antidottrinario sia per la sua prospettiva formalista che per quella metafisica. Esso è in opposizione diretta con la filosofia tedesca, la quale, per aver confuso la feudalità con l’aristocrazia, ha completamente falsato l’idea del governo. Dappertutto, tranne che in Germania, la responsabilità è la misura della nobiltà: più si è nobili e più si è responsabili, e viceversa. La Shariyah giudica più severamente il crimine dell’uomo libero e del nobile che quello dello schiavo o dell’ignorante. Sfortunatamente, la feudalità un po’ dappertutto cerca d’assicurarsi l’impunità, ma, in ogni caso, la si distingue dalla nobiltà, mentre in Germania la feudalità è il solo criterio d’aristocrazia; per essa il più forte non è tenuto a nulla nei riguardi di chi la sorte avversa ha messo in una condizione d’inferiorità rispetto a lui.

D’altra parte, l’Islâm presenta similitudini e punti di contatto con la più gran parte delle forme religiose o d’organizzazione sociale. Esso non è tuttavia né una religione mista, né una nuova religione. Il Profeta dice espressamente di non aver inventato nulla in fatto di dogmi o di leggi: Egli ha ricostituito la fede antica e primitiva. È questo il motivo per cui vi sono tante rassomiglianze tra il Taoismo e l’Islâm. Questa asserzione non è solo mia: è anche quella dei più noti scrittori d’Islamismo in Cina. Il Taoismo differisce dall’Islâm solo per il fatto d’essere esclusivamente esoterico; l’Islâm è invece esoterico ed exoterico. Esso può quindi fare della propaganda per le sue dottrine; il Taoismo no. L’Islâm conosce sia il neofitismo che l’adeptato, mentre il Tao non può che conoscere la seconda di queste due forme di espansione.

Abdul-Hâdî




* apparso nel fascicolo di aprile 1911 di La Gnose.


[1] L’autore si riferisce al suo articolo “ Pagine dedicate al Sole”, che prevediamo di pubblicare nel prossimo numero di questa rivista (N. d. T.).

2 Cfr. Yi-King, traduzione interpretativa di Philastre, vol. I, pag. 138; il 6° Kua; Song, 150.

«La parola “destino” designa la vera ragion d’essere delle cose; mancare all’esatta ragion d’essere delle cose è “contrariare il destino”. La sottomissione al destino è considerata come un “ritorno”. Contrariare, non è conformarsi con sottomissione» (Commentario tradizionale di Tsheng).

«Il destino, o mandato celeste, è la vera e retta ragion d’essere d’ogni cosa» (Commentario intitolato «il senso primitivo»).

Da parte mia, aggiungo che in cinese i Musulmani sono chiamati “Hwei-hwei”, cioè coloro che ritornano, obbedienti, al loro destino. La tradizione islamica dice che Allâh richiama a Lui tutte le cose, affinché esse vengano, di buona o di cattiva voglia. Nulla può sfuggire a questo appello. È per questa ragione che tutto, in un senso generale, è “musulmano”. Gli esseri umani che vengono a Lui volontariamente si chiamano “musulmani” in un senso più stretto. Gli uomini che non vengono a Lui, cioè coloro che non seguono il loro destino se non perché obbligati, sono gli infedeli.

3 Cfr. La Gnose, 2a annata, N. 2, pag. 65.

[2] Secondo un hadith la vita è organizzata secondo la legge del taglione.

5 Vedere Pagine dedicate al Sole (nota 7, pag. 32, nel N. 14 di questa rivista). (N. d. T.)

[3] Alif, Lam, Ha. (N. d. T.)

[4] 36 e 66 sono i rispettivi valori numerici. (N. d. T.)

6 Non parlo della tesi ibseniana «vivere la propria vita». Coloro che non osano, che mercanteggiano i loro piaceri, sono troppo impreparati per rivolgergli un discorso esoterico. Ibsen, Tolstoi, Nietzsche, ecc., non dico che non siano tutti rispettabili persone, ma dal punto di vista tradizionale non hanno alcun valore: moralisti con influenza locale, non ci possono interessare che come piccoli profeti di provincia.

8 La tradizione musulmana insegna che gli animali selvatici cominciarono a fuggire la presenza dell’uomo solo dopo il fratricidio di Caino. Prima di questo avvenimento la ricercavano per godere del senso di sicurezza, di protezione e di pace che emanava da lui.

9 Ogni crimine impersonale o anonimo è, a priori, un crimine collettivo.

Post recenti

Mostra tutti
Pagine dedicate al Sole

* ’Abdul-Hâdî John Gustaf Aguéli, nato a Sala, in Svezia, nel 1869, e morto a Barcellona nel 1917. Attraverso sua madre, era imparentato con il noto scienziato e mistico cristiano Emanuel Swedenborg (

 
 
 

Commenti


bottom of page