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Questioni pratiche

  • 28 mar
  • Tempo di lettura: 21 min

Questioni pratiche – I

G. Ponte, Rivista di studi tradizionali n. 13, 1964

Accade talvolta che dei nostri lettori ci chiedano spiegazioni precise che indichino qual è, secondo noi, la via e il comportamento da seguire, e quali sono, in definitiva, i mezzi da mettere in atto, in funzione di quella realizzazione spirituale effettiva e non soltanto teorica alla quale abbiamo fatto più volte riferimento nei nostri scritti.

Se questa rivista fosse lo strumento di qualche “gruppo” settario o di qualche conventicola in cerca di proseliti, avremmo certamente avuto una risposta esauriente già bell’e pronta, una ricetta per tutti, adatta a soddisfare i desideri di conoscenza immediata e di felicità. Le cose si presentano invece in un modo immensamente più serio, ed anche più complesso, se ci si vuole orientare sulla base sicura di dati fondamentali che abbiano la loro fonte, più o meno direttamente, nella conoscenza vera di ciò che si tratta di realizzare, e che siano nello stesso tempo applicabili a quello che è, di fatto, il punto di partenza della nostra umanità.

A questo proposito, possiamo anzitutto ripetere quanto abbiamo già scritto circa il presupposto del tutto generale e necessario di avere una vita ordinata da quei principi sopra-umani ai quali si può partecipare mediante le diverse forme assunte dalla tradizione, essenzialmente una e universale. Ciò si potrebbe esprimere dicendo che occorre avere una vita “sacralizzata”, cioè una vita “rituale”, il che significa anche, in fondo, una vita normale. Infatti, i riti sono ciò che mette l’essere umano più o meno direttamente in rapporto con ciò che trascende la sua individualità, e senza di essi, in mancanza di tale rapporto ordinatore, l’azione umana non può fare a meno di svolgersi in modi arbitrari, più o meno accentuatamente disordinati, e, in questo senso, anormali. Del resto, lo stesso termine “rito” deriva dal sanscrito rita, che esprime precisamente l’idea di “ordine” o di conformità ad esso. E in una civiltà pienamente tradizionale ogni atto ha un carattere essenzialmente rituale, mentre l’esistenza stessa di un dominio “profano” non è che un’anomalia, della quale però è senza dubbio ben difficile accorgersi quando si è abituati ad una civiltà abnorme come quella in cui viviamo.

La partecipazione ad una vita rituale implica che l’individuo si trovi integrato, o venga ad integrarsi di sua iniziativa, in una comunità tradizionale; in pratica, è normale che si tratti anzitutto della partecipazione a quei riti che sono fondamentali, e quindi obbligatori, per i membri della comunità tradizionale di cui egli fa parte, e che, quando sussista una distinzione rispetto a modalità rituali di un ordine meno accessibile e più profondo, ne costituiscono l’“exoterismo” 1. Di tale natura sono, in particolare, i riti religiosi, ed anzi non vi sono altri riti exoterici in Occidente, dato che i pretesi “riti laici” diffusi in vari modi a sostegno delle strutture sociali moderne non sono che parodie, evidentemente prive di qualsiasi fondamento trascendente. La confusione è resa possibile dal fatto che anche nei riti autentici difficilmente si sa scorgere qualcosa di diverso da una portata puramente psicologica e di suggestione, il che induce facilmente i nostri contemporanei a vedere nell’uomo tradizionale, e praticamente in tutti gli uomini non moderni, delle specie di anormali psichici, con un rovesciamento di giudizio tra ciò che è normale e ciò che non lo è proprio di chi è egli stesso affetto da una forma non lieve di alienazione.

Senza soffermarci su questo punto, ricordiamo che, come già osservammo altrove 2, la pratica dell’exoterismo tradizionale (sempre là dove vi sia una distinzione tra exoterismo e esoterismo) rappresenta inoltre la base normale per il ricollegamento iniziatico, necessario 3 per entrare in una via che conduca al trascendimento dei limiti individuali, ed a quella realizzazione spirituale effettiva di cui parlavamo all’inizio. D’altra parte, beninteso, altra cosa è aver accesso ad una via, altra cosa è percorrerla: si tratta, a questo fine, di compiere quel “lavoro iniziatico” che è diverso per ciascun essere ed è essenzialmente interiore, ma che pur si appoggia anche a mezzi e “tecniche” fondate su una scienza precisa; di questi mezzi e di queste tecniche, del resto, pensiamo che sarebbe certo fuori luogo parlare, salvo in termini del tutto generali, anche perché gli equivoci e i malintesi a questo proposito sarebbero praticamente inevitabili. Resta il fatto che, fin dai primi stadi di una via di realizzazione, nel percorrerla vi è un apprendimento dato dalla rispondenza all’insegnamento iniziatico, il quale può assumere le forme più diverse. Esso presenta un carattere vivente, imprevedibile dall’esterno, che senza dubbio non ha paragone in un qualsiasi insegnamento profano. Le stesse circostanze apparentemente fortuite in cui l’iniziato si viene a trovare possono essere lo strumento attraverso il quale tale insegnamento si sviluppa, ed anche quando si incontri (come è o dovrebbe essere ben normale) chi sia qualificato ad adempiere nei propri riguardi ad una funzione di guida, questa non avrà certo l’aspetto di un’istruzione razionalmente delimitabile, essendo destinata ad agire ben più in profondità del dominio discorsivo, purché l’iniziato sia capace di essere ricettivo ad essa.

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Abbiamo così preso in considerazione tre fattori fondamentali per una via di realizzazione spirituale quale noi l’intendiamo, e cioè: una vita rituale capace di ordinare la propria esistenza, anche nel suo aspetto esteriore (e a ciò si riconnette l’esigenza dell’exoterismo tradizionale), un ricollegamento iniziatico autentico (in virtù del quale anche lo stessa pratica dell’exoterismo di base 4 potrà assumere una portata “esoterica”), ed un insegnamento iniziatico (che si concreta normalmente, ma non indispensabilmente, attraverso la presenza vivente di un Maestro spirituale) 5.

Quando si considerino le cose in funzione di una realizzazione effettiva, questi tre fattori appaiono naturalmente in stretta correlazione tra di loro; ed è anzi possibile che chi persegue la ricerca di una via di realizzazione (nel senso a cui abbiamo fatto riferimento) giunga in pratica a chiarirli insieme, e l’uno in funzione dell’altro. Ma non ci soffermeremo ora su tale aspetto del nostro argomento: ci accontenteremo di osservare che, in ogni caso, in mezzo alle innumerevoli forme di confusione e di contraffazione che ci circondano, simili questioni richiedono, per ciascuno, l’impegno di tutto il discernimento possibile; discernimento che può essere preventivamente acquisito soltanto mediante un assentimento non superficiale alle dottrine tradizionali, ed una capacità di trarne praticamente le conseguenze e le applicazioni 6.

Ciò significa anche che, specialmente in un ambiente sfavorevole come l’attuale, occorre affrontare una fase preliminare di ricerca più o meno lunga, con eventuali periodi d’attesa connessi alle circostanze, e con possibili momenti di scoraggiamento ben comprensibili, benché in fondo non giustificati se si considera che ogni essere incontra necessariamente tutto ciò che corrisponde alla sua natura più profonda. In questa fase, in cui l’individuo solo mentalmente ha cessato d’essere un “profano”, è naturale che egli senta il bisogno di qualcosa di più, che gli manca; e la sua posizione è certo estremamente delicata e importante, decisiva quale messa alla prova del proprio orientamento interiore e quale dimostrazione della propria aspirazione autentica: infatti, è soltanto allora, quando si esce da un piano puramente discorsivo e teorico per venire a contatto con cose che possono intaccare subito decisamente il proprio modo di vita, anche in aspetti apparentemente secondari ma inesorabilmente concreti, è allora, diciamo, che si vede chiaramente se l’aspirazione era soltanto immaginaria, o se era invece tanto autentica e profonda da trascinare con sé una vera e propria “conversione”, almeno iniziale, della propria individualità.

D’altra parte, tale “conversione” (nel senso pieno del termine greco metanoia) comporta una subordinazione di tutti gli elementi dell’individualità stessa, in funzione della via da perseguire, destinata a condurre alla loro cancellazione ed estinzione, o, per meglio dire, all’estinzione del loro aspetto illusorio e “separativo” rispetto alla realtà sopra-individuale che ne è il principio. Peraltro, fin dai primi passi di una ricerca uscita da un ambito soltanto teorico ed immaginario, vi sono da attendere delle reazioni dovute al presagio di quella estinzione, la quale costituisce propriamente la “morte iniziatica”.

In particolare, le più diverse componenti psichiche, gli impulsi dell’autoaffermazione, i contenuti sentimentali connessi a determinati legami, le tendenze istintive a trovar appoggio e sicurezza in forme e modi innumerevoli di adesione all’ambiente sociale e familiare, inevitabilmente susciteranno dei contrasti interiori, quasi a neutralizzare in qualche modo la temibile efficacia del principio ordinatore apparso dapprima sul piano mentale e nel risveglio dell’aspirazione iniziatica.

A questo proposito, si possono presentare casi assai diversi, a seconda delle caratteristiche individuali e delle difficoltà esteriori, che, quantunque presenti nel loro ordine di realtà, sono anche molto spesso delle specie di pretesti utilizzati per giustificare, anzitutto di fronte a se stessi, il fatto di non voler affrontare certe cose.

Così, una paura istintiva iniziale è bensì del tutto naturale, tanto che in mancanza di essa si può persino dubitare che l’aspirante alla via di realizzazione si sia reso conto minimamente di ciò che quella via comporterebbe per lui; ma, in certi casi, quella paura può diventare tanto smisurata da sbarrare completamente la strada, manifestandosi addirittura in una sorta di fobia per tutto ciò che potrebbe forse aiutare ad avanzare nella propria ricerca. In questi casi, nonostante le giustificazioni più diverse alle quali ci si attacca per spiegare la propria attitudine, la componente irrazionale di fondo è senza dubbio predominante. E, se è vero che c’è qualcosa che spaventa nell’intraprendere una via di realizzazione, dovrebbe pur essere evidente che lo stato del “profano”, per sua natura estremamente instabile e malsicuro, è assai più “pauroso” di quello di chi è in qualche modo ricollegato a ciò che sta al di là del dominio della paura.

Ma quanto può giovare una simile elementare riflessione quando si ha a che fare con certe pesanti barriere che si frappongono alla necessaria chiarezza intellettuale?

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D’altra parte, spesso la reazione individuale contraria ad intraprendere la via ardua che passa attraverso la “morte iniziatica” si manifesta in modi assai più subdoli di una paura apertamente riconosciuta.

Esistono, a questo riguardo, delle soluzioni di comodo, più o meno raffinate a seconda dei gusti e delle doti mentali degli interessati, che tutte servono ad evitare di dover affrontare e riconoscere la propria situazione effettiva di partenza, e che bastano a dimostrare quanto poco fosse autentica l’aspirazione alla “Liberazione”. Un caso tipico di queste soluzioni di comodo è rappresentato da coloro che credono che basti aver preso per buona una dottrina, come ad esempio quella della non dualità (o l’idea che soltanto il “Sé” è reale e che non bisogna attribuirgli falsamente dei limiti), per esimersi da tutto il lavoro di purificazione e di integrazione delle modalità, senza dubbio “illusorie”, della propria individualità e della propria situazione, modalità alle quali essi possono così continuare tranquillamente a soggiacere 7. E questa parodia di “via diretta”, che risparmia anche i primi scomodi passi, offre pure il vantaggio e il lustro di potersi appoggiare ad enunciazioni di insegnamenti tradizionali che servono a procurare così una soddisfazione ottenuta a buon mercato, sebbene, in realtà, quelle enunciazioni non si possano affatto riferire legittimamente agli stadi iniziali della via di realizzazione.

Il terreno più adatto per simili cose si può trovare forse in un curioso innesto con la naturale superficialità e faciloneria di certo empirismo anglosassone. È infatti a partire da tale innesto che le applicazioni profanatorie, in particolare del buddismo Zen, ed anche del Vêdânta, hanno incontrato un seguito crescente.

Eppure, a frenare certi troppo facili entusiasmi sarebbe bastato prendere un po’ sul serio gli stessi insegnamenti delle vie di realizzazione a cui si pretende di appoggiarsi, anche là dove enunciano le condizioni indispensabili a cui un aspirante ad esse deve corrispondere.

Così, la via della “Discriminazione” del Sé propria del Vêdânta è raccomandata a chi sia già pervenuto allo stato di yogârûdha 8, e cioè ormai «non provi più nessun attaccamento né per gli oggetti dei sensi, né per le azioni, ed abbia realizzato la rinuncia a qualsiasi desiderio» 9 ! Dovrebbe essere evidente che qui non si. tratta affatto di una semplice rinuncia in quanto “repressione” di desideri, e neppure di un’ipocrita pretesa di “distacco” da desideri che si continua ad alimentare, ma della definitiva scomparsa di quei bisogni che rendevano possibile l’attaccamento rappresentato dai desideri stessi. Inoltre, tra le qualificazioni necessarie espressamente enunciate per poter affrontare una simile via, vi è quella di aver già distolto il mentale da ciò che non è la Realtà suprema; vi sono le virtù fondamentali quali vairâgya, che è «la risoluzione a rinunciare a tutte le gioie passeggere, da quelle che può procurare un corpo animato fino a quelle che corrispondono allo stato divino di Brahmâ» 10; e vi è shama, la “calma dello spirito”, la quale, secondo Shrî Shankarâchârya, comporta di assumere il samâdhi, o riassorbimento nell’interiorità, quale «unico mezzo per realizzare l’universo come identico al proprio Sé» 11. Si tratta, insomma, di una via che può riguardare esclusivamente chi abbia raggiunto uno stato che va ben al di là dei vincoli mondani 12, ivi compresi i legami e gli obblighi familiari 13 e sociali, legittimi e necessari per il compimento dell’essere umano e per l’integrazione delle sue possibilità negli stadi anteriori di realizzazione, perseguibili nel quadro di altre vie. D’altra parte, è noto che ad esempio i testi tradizionali indù sono particolarmente recisi nell’enunciare la condanna e la maledizione di chi pretenda di uscire dall’ambito degli obblighi relativi alla sacralizzazione della propria vita individuale e sociale senza esserne veramente maturo; e sono ancora gli stessi insegnamenti del Vêdânta ad avvertire: «Se l’investigatore ha rinunciato al mondo soltanto a parole ed affronta la traversata del samsâra, lo squalo del desiderio lo afferra alla gola, lo obbliga a discostarsi dalla buona direzione e lo fa annegare a mezza strada» 14.

In queste condizioni, a quegli Occidentali che pretendono di aver intrapreso una “via diretta” restando tranquillamente nel loro piccolo mondo si potrebbe amichevolmente augurare che ciò rappresenti l’illusione più innocentemente immaginaria e superficiale possibile. Ma le cose sono rese senza dubbio meno innocue quando intervenga anche una pseudoiniziazione, o la trasmissione di un’influenza la cui sorgente stia al di fuori dei ristretti limiti del “mentale” di colui che la riceve, per lo meno se si intende il dominio mentale nel senso necessariamente soggettivo e psicologico che è in pratica il solo corrispondente alla sua concreta esperienza. L’esaltazione che ne può derivare lascerà allora intravedere l’azione di qualcosa di più effettivo di una semplice e quasi accidentale “trovata” psicologica.

La situazione si presenta ancor più complessa quando simili correnti si appoggiano a una derivazione di una iniziazione autentica, utilizzata in un senso ben diverso da quello originario. Tipico è il caso della scuola di Vivêkânanda 15, il quale, sia pure soltanto per breve tempo e in assai giovane età, era stato discepolo di un Maestro spirituale quale Râmakrishna, e che divenne più tardi lo strumento di un movimento in cui prevalgono tendenze e direttive nettamente moderne ed occidentali, pseudospirituali e antitradizionali, nonostante il permanere di riferimenti allo Yoga e al Vêdânta. Del resto, non è poi molto stupefacente constatare che qualche personaggio considerato come un’autorità della spiritualità orientale (in verità basta che ve ne sia un piccolissimo numero) si lascia così attrarre dall’illusorio successo ottenibile, in certe circostanze, e accettando certi compromessi, con il pubblico americano ed europeo, senza ben rendersi conto dell’ingranaggio in cui viene a trovarsi in tal modo coinvolto 16. Ad ogni modo, per chi si sia posta chiaramente la questione di ricercare una via di realizzazione spirituale, vi sono pur sempre dei segni abbastanza evidenti per non lasciarsi trarre in inganno. In effetti, nei movimenti a cui abbiamo accennato non soltanto si trova generalmente la negazione esplicita o pratica dell’esigenza di una vita rituale, sacralizzata dall’adesione a una determinata forma tradizionale; ma si trovano anche delle significative convergenze con correnti d’“avanguardia” del mondo contemporaneo, si trova spesso un’insensibilità sorprendente di fronte ad aspetti sovversivi e dissolventi di ambienti ultra-moderni ed estremamente artificiali, si trova addirittura l’incapacità più completa a riconoscere l’esistenza dell’“avversario” che, nella presente “età oscura” (l’ultima fase del kali-yuga della dottrina indù), sta dispiegando massimamente, e inesorabilmente per chi non sa e non vuole avvedersene, il suo formidabile potere d’illusione. E non dovrebbe essere difficile intravedere quale genere di influenze intervengono là dove si vorrebbe far passare per una fastidiosa mania (perché si è giunti anche a questo) il ricordare che nel dominio individuale e relativo l’“avversario” esiste, e che, come dice il proverbio, la maggior astuzia del diavolo (qualunque sia il senso che si saprà dare concretamente a questo termine in altri tempi abusato) consiste nel far credere che non esiste. Del resto, come si potrebbe mettere in guardia contro le tendenze più dissolventi chi guarda ormai con sufficienza tutto ciò che appare “soltanto” di ordine cosmologico, e pensa di non avere più da compiere quel lavoro di purificazione ed integrazione che forse non aveva mai neppure iniziato?

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Ma lasciamo il caso di coloro che si sono incamminati verso simili soluzioni, che corrispondono del resto in qualche modo alla loro natura intima, almeno per una certa fase della loro esistenza; e veniamo piuttosto a considerare ora la situazione di chi vuole cercare e sa di non aver ancora trovato. Sorgono allora delle questioni pratiche, più o meno immediate, su alcune delle quali pensiamo sia il caso di soffermare l’attenzione: e appunto di ciò pensiamo di parlare nel seguito delle presenti considerazioni.

Questioni pratiche – fine

G. Ponte, Rivista di studi tradizionali n. 15, 1965

Abbiamo già accennato a certe condizioni decisive per rendere possibile la determinazione della propria “via di realizzazione” 1, e questa è senza dubbio una questione pratica fondamentale che non si dovrebbe eludere. Vi sono però anche altre questioni preliminari che, secondo noi, benché siano in certo modo di interesse assai più limitato, meritano tuttavia di essere prese in considerazione, soprattutto perché da esse può dipendere il perseguimento del proprio lavoro di ricerca e l’apertura di prospettive più o meno valide.

In particolare, in questo campo, chi intende cercare, e sa di non aver ancora trovato la sua strada, può provare subito l’esigenza di dare intanto un certo ordine alla propria esperienza, pur mancando ancora di quei mezzi tradizionali (quali gli strumenti rituali, e soprattutto l’influenza spirituale operante in essi) che saranno poi praticamente indispensabili.

Il lettore che ha “scoperto”, teoricamente, gli orizzonti illimitati aperti dal punto di vista tradizionale universale, ben a ragione non si accontenterà esclusivamente delle sue letture (benché queste siano importantissime per acquisire una preparazione teorica adeguata per procedere oltre). E, a parte i contatti personali necessari per approfondire, allargare e dirigere la propria ricerca, vi sarà normalmente tutto un movimento di sviluppo interiore, appoggiato ad un lavoro di meditazione o, quanto meno, ad una capacità di attenzione, già analoga, sotto un certo aspetto, a quell’attitudine di concentrazione che è essenziale in qualsiasi via di realizzazione spirituale.

A questo proposito, osserviamo che, in qualche modo, ed anche senza neppure prefiggersela, una certa opera di meditazione e di concentrazione è senza dubbio indispensabile per l’assimilazione di quella preparazione teorica preliminare su cui abbiamo più volte insistito, ed anche per trarne le applicazioni alla propria situazione. Si tratta di creare le condizioni di un atto di coscienza del tutto personale che non è più qualcosa di puramente libresco; a questo scopo, è chiaro che occorre anche sapersi già formare una barriera di difesa sufficientemente sicura contro l’aspetto dissolvente dell’ambiente, portandosi su un altro piano, sia pure soltanto mentale. D’altra parte, la propria attenzione dovrebbe naturalmente essere rivolta ad utilizzare, con tutto il discernimento necessario, le possibilità che si presentano, a mano a mano che maturano, ai fini della propria ricerca fondamentale. E, parlando qui di maturazione, non possiamo dissociare la maturazione esteriore dei fatti da quella interiore della propria mentalità, la quale può da sola portare oltre presunte “impossibilità” che non erano tali se non nel quadro di certi pregiudizi o di un certo modo di sentire ritenuto forse fino a ieri intangibile.

Evidentemente, tutto ciò implica in qualche modo di rompere un precedente equilibrio, sia pure relativo; e aggiungiamo subito che occorre guardarsi dal carattere ambiguo e pericoloso che questa rottura di equilibrio avrebbe se non fosse fondata su quell’orientamento tradizionale sicuro che ne è in fondo la sola ragion d’essere valida.

Sappiamo per esperienza che è bene essere estremamente cauti quando si toccano certi argomenti. Il fatto stesso di parlare di un lavoro di meditazione e concentrazione può indurre qualcuno in errore, facendo sopravvalutare certi stati d’animo, nonché gli sforzi eventualmente messi in atto per assecondarli. Inoltre, specie nei giovani, in mancanza di riferimenti validi concreti (ancora mai incontrati sulla propria strada), il bisogno, di “avere qualcosa” può condurre facilmente ad avventurarsi in una sorta di empirismo del tutto fuori luogo. Di fronte alle conseguenze di tante immaginazioni distorte, pensiamo che si debba essere particolarmente netti a questo riguardo: in qualunque “via di realizzazione” autentica, in qualunque via iniziatica, le cose si presentano certo molto diverse; proprio perché, conformemente alle aspirazioni più profonde, saranno di un altro ordine, con un fondamento che sta ben al di là del dominio psicologico.

Del resto, non si dovrebbe confondere un’attitudine di difesa dalle tendenze antitetiche dell’ambiente (attitudine che può essere indispensabile assumere accortamente e coraggiosamente sin dall’inizio) con un’esasperazione squilibrante di determinati orientamenti mentali prestabiliti. Così, ad esempio, chi si foggia un “ideale” di concentrazione e di autocontrollo può facilmente giungere in realtà a “gonfiare” certe componenti psichiche proprie della sua individualità, ed a provocare “fissazioni” addirittura patologiche; e il frutto di un esasperato “distacco” dall’ambiente e dalla propria esperienza può essere assai più facilmente una deformazione mentale (come quella che gli psicologi chiamano schizofrenia) che una partecipazione reale al sopra-individuale.

Senza pensare ai casi più gravi, si può dire che il formarsi di sovrastrutture e incrostazioni psichiche innaturali è nettamente dannoso ai fini della possibilità di venire a ricevere ed a partecipare ad un’influenza tradizionale qualsiasi (tanto più se di ordine iniziatico); ed è dannoso anche in quanto si oppone all’integrazione dell’insieme delle possibilità d’ordine individuale, integrazione che del resto non può che essere del tutto frammentaria o illusoria finché si rimane nel mondo “profano” 2.

Dobbiamo aggiungere a questo riguardo che, di solito, la formazione e la stessa educazione artificiale subita dagli Occidentali li mette già in condizioni di difficoltà assai maggiori degli Orientali, producendo barriere ad un qualunque lavoro di attenuazione dei propri limiti, che può essere perseguito soltanto con grande pazienza, e che non è certo il caso di rendere ancora più problematico con un’ulteriore soppressione della spontaneità.

D’altra parte, ancora di più occorre guardarsi dalla presunzione di poter imitare tecniche o riti tradizionali, propri di forme alle quali non si è affatto ricollegati 3, sulla base di concezioni alimentate inevitabilmente da nozioni puramente libresche, e da fonti alle quali non dovrebbe essere riconosciuta nessuna autorità. A nostro giudizio, non si sconsiglieranno mai troppo simili parodie, le cui conseguenze negative vanno ben al di là di ciò di cui si possono accorgere gli sconsiderati “sperimentatori”. Questo vale, si noti bene, anche quando si possono vedere dei “risultati” apparentemente favorevoli nel campo limitato della propria esperienza, come in certe pratiche di presunto Hatha-Yoga moderno, le quali in realtà mettono in movimento delle energie incontrollabili senza la base tradizionale appropriata. Che dire poi di quello pseudo-tantrismo che, tenacemente applicato, ha potuto condurre qualcuno ad “ottenere” la realizzazione… dell’impotenza sessuale? Un discorso a parte meriterebbero inoltre le tecniche messe in atto per ottenere la separazione dal proprio corpo, spesso nell’implicita supposizione, quanto mai ingenua, che “uscire dal corpo” significhi di per sé “entrare” nel mondo spirituale. In realtà, la dissociazione dalla modalità corporea del proprio essere provoca semplicemente una comunicazione anormale con modalità extra-corporee dell’individualità umana; e queste ultime, se costituiscono un mondo immensamente più vasto e complesso di quello corporeo, non sono affatto più “spirituali” per questo, e sono anzi il campo d’azione per eccellenza di ogni sorta di illusioni, tanto più per quei malcapitati che vi si avventurano con la più perfetta ignoranza di ciò a cui vanno incontro. Non per nulla le tecniche volte ad “uscire in astrale” hanno una parte tanto importante nelle varie forme contemporanee di pseudoiniziazione, dove del resto possono condurre a subire i prodotti prefabbricati di determinate influenze psichiche, differenziati in modo tale da dar luogo alla credenza fanatica in “esperienze” e “teorie” del tutto contraddittorie a seconda degli ambienti di cui si tratta 4. Ciò riguarda, beninteso, chi si sia lasciato già “assimilare” in ambienti del genere; però il pericolo esiste 5 naturalmente anche nel caso che qui ci interessa, dell’aspirante ad una realizzazione il quale pur sa di non aver ancora “trovato” ma che potrebbe esser tentato di “provare” le sue capacità di muoversi da sé verso una malintesa esperienza interiore.

Al contrario, se il mondo corporeo è la naturale base di partenza per il “profano”, ed è il solo che corrisponda per lui ad un’esperienza relativamente sicura e controllabile, è proprio in esso che bisogna cercare i mezzi e gli orientamenti, indirizzandosi a ciò che, dal punto di vista tradizionale e sempre in funzione dello scopo trascendente da raggiungere, si presenta con quei caratteri di “normalità” e di “regolarità” che sono secondo noi indispensabili per dar luogo ad un impegno sicuro e senza riserve della propria vita.

D’altra parte, questo porre la propria ricerca in termini concreti (una volta che vi sia un’aspirazione e una comprensione teorica adeguata), se esclude la tentazione di inseguire per proprio conto immaginazioni più o meno mirabolanti, è anche agli antipodi del quietismo di certuni che si limitano ad aspettare che la “via” venga ad essi, quasi per l’attrazione irresistibile esercitata dalle loro intrinseche qualità. Indubbiamente, vi è in questa attitudine un grosso equivoco, poiché l’autentico “non agire” può riguardare effettivamente soltanto chi sia già stabilito nel Centro della “ruota cosmica”, e non certo un individuo isolato e per così dire sperduto in mezzo alla grande corrente del mondo moderno. Nelle sue condizioni, il presunto “non agire” corrisponde piuttosto ad una tendenza misticheggiante, in contrasto con un possibile orientamento iniziatico; il quale implica che colui che necessariamente si muove nel dominio relativo dell’azione non si limiti affatto a subire la propria situazione, ma utilizzi invece attivamente tutte le sue facoltà, con una volontà e un’attenzione costante, per trovare e percorrere la sua strada. Ed è solo in questo modo che egli potrà arrivare a conseguire le condizioni per realizzare infine effettivamente ciò che è davvero al di là di ogni azione e di ogni sforzo, ciò in relazione a cui la stessa via di realizzazione non sarà stata e non è che un’illusione provvisoria e di per sé rigorosamente nulla.

 


1 Osserviamo di sfuggita che preferiamo attenerci a questa grafia, più conforme all’etimologia greca ed alle traduzioni in altre lingue europee, non vedendo la necessità di mutare il termine italiano in “essoterismo”.

2 Vedi Presupposti per un orientamento operativo, nel n. 11 di questa rivista, pagg. 72-75.

3 A proposito di tale necessità, per non più ripeterci, rinviamo a quanto scrivemmo ad esempio nel n. 9 di questa rivista, pagg. 232-235.

4 Nel caso speciale delle iniziazioni di origine artigianale rimaste accessibili in Occidente (come già accennammo altrove), la preliminare appartenenza ad una comunità tradizionale e la pratica della vita rituale corrispondente non rappresentano più una condizione per la trasmissione dell’iniziazione, la quale, beninteso, continua nondimeno a poter essere validamente conferita. Ciò non toglie affatto, però, l’esigenza di una vita rituale, capace di integrare praticamente tutta la vita “profana” (e non limitata al brevissimo ambito di periodiche “tornate rituali” iniziatiche), nel caso che si ponga la questione del passaggio da un’iniziazione virtuale all’iniziazione effettiva, intesa nel senso più profondo e generalmente dimenticato.

5 Naturalmente, parliamo qui del Maestro spirituale in un senso che non ha niente a che vedere con ciò che è stato descritto con lo stesso nome nelle fantasticherie dei teosofisti e di tutte le altre correnti pseudoiniziatiche: ci riferiamo invece al senso tradizionale, che è quello del Guru nella tradizione indù, o dello Shaykh nell’esoterismo islamico.

6 È appena il caso di insistere sull’importanza che può avere a questo riguardo lo studio delle opere di René Guénon, esposte con una chiarezza intellettuale e un’imparzialità comprovata anche dall’attitudine manifestamente disinteressata dell’autore, che mai volle avere personalmente dei discepoli.

7 Cfr. l’articolo Dottrine vere e uomini finti, nel n. 5 di questa rivista.

8 «Dopo essere pervenuto al termine dello yoga (yogârûdha), l’aspirante coltivi con zelo la giusta Discriminazione …»: così si esprime Shrî Shankarâchârya in uno dei testi più noti e importanti del Vêdânta, il Vivêka-chûdâ-mani (letteralmente: «il Gioiello del Diadema della Discriminazione»), v. 9.

9 Citiamo qui testualmente la definizione dello yogârûdha che si trova nella Bhagavad Gîtâ, VI, 4, ricordata nei commenti al Vivêka-chûdâ-mani.

10 Vivêka-chûdâ-mani, 21.

11 Cfr. Vivêka-chûdâ-mani, 341: «Al Sannyâsi, che ha ricevuto l’iniziazione dalle labbra di un Guru, il passo seguente della Shruti “Sii calmo e padrone di te stesso” prescrive il samâdhi come unico mezzo per realizzare l’universo come identico al proprio Sé».

12 Cfr. Vivêka-chûdâ-mani, 340: «Forse che l’eliminazione del mondo oggettivo è alla portata dell’uomo che si identifica ancora al corpo, il cui mentale trae piacere dalla percezione degli oggetti sensibili e che si dedica ad atti di ogni genere per rinnovare questo piacere? Questa eliminazione dovrebbe essere perseguita con pazienza dai saggi aspiranti che hanno già rinunciato, senza eccezione, a tutti gli obblighi, a tutte le azioni, a tutti gli oggetti». La “rinuncia” agli obblighi implica, in particolare, lo svincolamento dall’ordine tradizionale preliminarmente indispensabile per il compimento delle possibilità umane in vista del loro trascendimento. Tale svincolamento presuppone la conclusione reale dei primi âshrama o stadi della vita connessi alla società, e si opera tradizionalmente in modo assai significativo con la celebrazione dei riti funerari del “padre di famiglia” (grihastha) che abbandona la propria casa. Si comprenderà facilmente che il perseguimento effettivo di una via iniziatica di tale natura comporti anche tra l’altro il celibato, secondo le parole di Shrî Râmana Maharshi, come «assolutamente indispensabile»; ma, beninteso, per ragioni immensamente diverse da quelle del misticismo occidentale.

13 Ecco, a questo proposito, la testimonianza recente di un Maestro del Vêdânta quale Râmana Maharshi, riferita da Anantachari: «Domandai un giorno a Bhagavân (Râmana Maharshi) se il celibato è assolutamente indispensabile nella vita spirituale. Egli mi rispose nel modo più categorico che è del tutto indispensabile» (Études sur Râmana Maharshi, Maisonneuve Ed., vol. II, pag. 113).

14 Vivêka-chûdâ-mani, 79.

15 Su Vivêkânanda e la sua scuola, cfr. quanto scritto da Silvio Grasso nel n. 11 di questa rivista, pagg. 94-98; altre correnti possono naturalmente presentare un aspetto meno vistoso e grossolano.

16 Nel caso citato di Vivêkânanda, ricordiamo però le sue affermazioni in cui, poco prima di morire, parve praticamente sconfessare l’opera da lui svolta per dar vita al movimento di cui era stato il fondatore (cfr. il passo citato nella nota precedente).

1 Vedi Questioni pratiche, I, nel N. 13 di questa rivista, pagine 161-165; ci riserviamo di ritornare in altre occasioni su tale argomento.

2 L’“integrazione” della totalità delle possibilità individuali umane, come è noto, è un “problema” particolarmente sentito nella psicologia contemporanea, ad esempio nelle correnti che si ricollegano a Carl Gustav Jung. D’altra parte, non si può che rimanere colpiti di fronte alla completa inadeguatezza degli orientamenti proposti per cercare di affrontarlo, in modi empirici tutt’altro che rassicuranti, escludendo a priori il ricorso ad un ordine sopra-individuale effettivamente operante, che è il solo capace di far sormontare la confusione del mondo psichico e di ordinarlo. È appena il caso di ricordare che l’efficacia di tale ricorso ad un ordine sopraindividuale è ben conosciuta in ogni civiltà tradizionale, dove l’integrazione della totalità delle possibilità individuali, che si identifica alla realizzazione del centro del mondo umano, corrisponde a un determinato stadio della via iniziatica (il termine dei “piccoli misteri”), il quale è a sua volta il punto di partenza per la realizzazione degli stati sopra-individuali.

3 Queste osservazioni valgono dunque anche per chi, pur avendo già ricevuto una iniziazione, pensi di ricorrere a forme rituali (o presunte tali) di tradizioni a cui in realtà non è ricollegato. Una simile “aberrazione”, nel senso etimologico della parola, non può che rappresentare anch’essa una parodia di riti che solo nella migliore delle ipotesi produrrà degli effetti insignificanti.

4 Una curiosa documentazione in proposito, particolarmente per quel che riguarda la credenza o il rifiuto della “reincarnazione” e le descrizioni degli stati postumi, si può trovare nel libro L’Erreur spirite di René Guénon.

5 Sarà bene mettere in guardia anche contro un pericolo analogo che esiste per quegli iniziati che, in difetto di una realizzazione effettiva, procedono allo stesso modo empirico; ed il pericolo può esser anzi per loro tanto maggiore in quanto, come è noto, i tentativi di “assimilazione” da parte di correnti pseudo-iniziatiche sono particolarmente frequenti tra i membri di organizzazioni iniziatiche prive (come avviene nell’Occidente moderno) di una vitalità tradizionale che le protegga da simili intraprese. La stessa espressione fantastica di “Gran Loggia Bianca”, non è stata forse coniata dalla “Società Teosofica” appositamente per favorire siffatto nefasto proselitismo?

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