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Focalizzarsi sull’essenziale!

  • ilsufismo
  • 3 dic 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

“Se desideri che il tuo cammino s’abbrevi così da giungere rapidamente all’attuazione, pratica le opere “necessarie” (al-wâjibât) e quelle “supererogatorie fermamente raccomandate” (ma taaka-da mîn nawâfili-l-khayrât); apprendi dalla scienza esteriore ciò che è indispensabile per servire Dio, ma non attardarti in essa, poiché non ti vien chiesto d’approfondirla; devi approfondire invece la scienza interiore; e combatti la cupidigia; allora vedrai meraviglie”.[1]

 

Questa indicazione dello Sheikh Al-‘Arabî ad-Darqâwî è di fondamentale importanza e ricorda a tutti gli iniziati, o aspiranti tali, di non perdere di vista l’essenziale della propria ricerca interiore. Nella delicata fase di ricerca iniziale della propria via vi è il grosso rischio di fissare pra­ticamente delle determinazioni che incideranno in modo rilevante sulla propria vita e sulle proprie possibilità future. Le organizzazioni iniziatiche hanno normalmente sia fini spirituali, sia attività secondarie; il problema è che oggigiorno molte, pur mantenendo la loro ortodossia formale, hanno perso di vista gli obbiettivi principali e si perdono in attività cosmologiche di secondo piano.

 

L’adesione a una organizzazione iniziatica, a maggior ragione se appartenente a una forma tradizionale e a un mondo diverso da quello della propria nascita, andrebbe affrontata con particolare attenzione e cautela. 

Senza voler tener conto del rischio, molto diffuso al giorno d’oggi, di imbattersi in realtà non autentiche, c’è da considerare, oltre al legame spirituale, anche quello fortissimo a livello psichico e spesso anche materiale che si viene a creare fra l’iniziato e l’organizzazione che gli ha trasmesso il “patto”. Qualora l’organizzazione in que­stione non sviluppi una dottrina corrispondente a quanto effettivamente “cercato” e non sia in gra­do di fornire un metodo realmente adatto all’iniziato, egli rischierà di trovarsi bloccato dai condi­zionamenti che questa situazione ha creato.[2] Si può pensare qui, ad esempio, ai vincoli dovuti a determinate attività, a situazioni geografiche, o a legami familiari.

 

Inoltre un rischio di autolimitazione può essere dovuto proprio a capacità individuali particolari, allorché si sia indotti a svilupparle al massimo nelle direzioni che consentono l’ottenimento dei migliori risultati e soddisfazioni esteriori, senza ac­corgersi di quali altri ordini di possibilità, forse assai più veramente importanti per la propria realizzazione, ne rimangono indirettamente escluse. Persino la partecipazione e l’entusiasmo per i contenuti tradi­zionali possono essere l’occasione per distogliere da qualcosa di molto più essenziale: ad esempio, cercando soddisfazione nell’approfondimento della scienza esteriore, in manifestazioni d’arte legate a determinate forme tradizionali, ad attività sociali, politiche, di proselitismo o di diffusione incontrollata di quanto si pensa di aver appreso, oppure scrivendo su argomenti attinenti a dottrine tradizionali per iniziativa individuale e senza la base di un’autorità valida; talché in un ambiente come quello attuale sarà molto probabile che, a dispetto delle buone intenzioni, qualsiasi cosa finisca con l’essere utilizzata per scopi assai diversi o anche opposti a quelli ingenuamente immaginati.[3]

 

 

 


[1] Al-‘Arabî ad-Darqâwî, Lettere di un Maestro Sufi, a cura di T. Burckhardt, SE, Milano, 1997, Lettera V.

[2] Albano Martín de la Scala, Lettera e Spirito I, giugno 2012, Alcune considerazioni sull’aspirazione.

[3] Giovanni Ponte, Rivista di Studi Tradizionali, n. 49, 1978, Autolimitazioni.

 

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