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La chiave e il giardino

  • ilsufismo
  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Lo Shaykh Muhammad Tâdilî soleva dire ai suoi discepoli: “La Via è un giardino, il Patto ne è la chiave e ognuno di noi è al proprio giardino che deve lavorare”.

Questo pensiero semplice e profondo mette in evidenza il senso e le dinamiche del lavoro iniziatico.

È come se un abile giardiniere avesse fornito al suo apprendista le chiavi di un giardino incolto da risanare così da farne emergere le piene potenzialità. Egli normalmente non interverrà direttamente, ma fornirà al suo allievo indicazioni su come procedere, sull’ordine con il quale dovranno essere estirpati rovi, erbacce e pietre dal terreno e in seguito su come effettuare le varie opere di lavorazione e concimazione della terra, di semina, di potatura e così via. Il maestro fornirà anche zappa, pala, vanga e tutti gli strumenti necessari a compiere il lavoro che passo dopo passo l’allievo imparerà a eseguire sempre meglio, ma che dovrà compiere da solo.

Analogamente il maestro spirituale con la trasmissione del patto dà, perlomeno virtualmente, la possibilità al discepolo di entrare in se stesso, così da poter iniziare un lungo lavoro di purificazione ed elevazione interiore. La guida aiuta chi lo segue indicando ripetutamente con pazienza e in modo graduale i vizi da estirpare, partendo da quelli più esteriori ed evidenti per passare poi a quelli più nascosti, può suggerire quali aspetti, attività o frequentazioni ridurre o interrompere e quali incrementare, può fornire strumenti rituali e indicazioni attitudinali adeguate al compimento del lavoro, ma non potrà mai farlo al suo posto.

Quanto precede fa emergere come sia errata la prospettiva di quei discepoli che pensano che il maestro sia una specie di supereroe che risolve tutti i loro problemi: e delusi dai propri insuccessi, anziché fare autocritica, riversano su di lui la responsabilità dei propri fallimenti.

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